Angioplastica e differenze di genere 

4 agosto 2008
Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte nelle donne, circa 400mila decessi ogni anno. Si calcola che negli Stati Uniti...

...si eseguano ogni anno circa un milione di interventi di angioplastica coronarica (PCI), il 30 per cento dei quali nelle donne. Sono sicuramente numeri importanti. E’ opinione comune che le donne sottoposte a PCI abbiano una prognosi peggiore rispetto all’uomo, ma recentemente sono stati pubblicati studi discordanti rispetto ai precedenti per quanto concerne la mortalità a breve e lungo termine dopo PCI nelle donne. Recenti dati indicano una riduzione del divario tra i generi, mentre i primi studi mostravano come le donne sottoposte a PCI avessero una comorbilità maggiore.

Al fine di valutare l’ipotesi che vi sia stata una riduzione del divario tra i generi, gli autori dello studio (1) oggetto del presente commento hanno preso in considerazione il registro di PCI della Mayo Clinic e hanno valutato la pratica corrente e la prognosi delle donne dopo PCI (dal 1996 al 2004), hanno comparato tale tecnica con quella del passato (dal 1979 al 1995) e hanno comparato l’esperienza delle donne e degli uomini. E’ stato eseguito uno studio retrospettivo di coorte, in cui sono stati considerati 18.885 pazienti consecutivi sottoposti a PCI, che sono stati poi suddivisi in due gruppi: dal 1979 al 1995 (n = 7.904; donne = 28 per cento) e dal 1996 al 2004 (n = 10.981; donne = 31 per cento). E’ stata comparata la mortalità tra generi al 30° giorno e a lungo termine. Come cut off è stato scelto l’anno 1996 perché è proprio in questo periodo che si sono verificati i più significativi cambiamenti nel trattamento e nella farmacoterapia (l’uso della doppia terapia antiaggregante e degli stent). La procedura di intervento era classificata efficace quando esitava in una riduzione della stenosi al di sotto del 50 per cento senza decesso, senza infarto miocardico con onda Q e senza necessità di bypass in emergenza.

I risultati dello studio si possono riassumere come segue: 1) se paragonate agli uomini, le donne sottoposte a PCI erano più anziane e con una maggiore frequenza di diabete mellito, ipertensione e ipercolesterolemia; inoltre presentavano sintomi più gravi di cardiopatia ischemica, di scompenso cardiaco e di sindrome coronarica acuta; 2) la PCI è risultata efficace nell’89 per cento delle donne e nel 90 per cento degli uomini; 3) la mortalità al trentesimo giorno nel gruppo più recente era significativamente più ridotta rispetto a quella del primo gruppo sia nelle donne (2,9 vs 4,4 per cento, p = 0,002) sia negli uomini (2,2 vs 2,8 per cento, p = 0,04); 4) la sopravvivenza a lungo termine era simile nelle donne e negli uomini. Con questa analisi, gli autori hanno evidenziato come negli ultimi 25 anni sia diminuita la mortalità dopo PCI al 30° giorno e a lungo termine in entrambi i generi.

E’ doveroso evidenziare anche i limiti dello studio: 1) è un trial retrospettivo basato su un solo grosso centro; 2) la percentuale dei dati dispersi è risultata alta, specialmente per il primo periodo; 3) gli autori non hanno riportato altri eventi avversi cardiovascolari maggiori come l’infarto miocardico.

Alberto Lombardi
Fondazione italiana per il cuore

Bibliografia
  1. Singh M, Rihal CS, Gersh BJ, Roger VL, Bell MR, Lennon RJ, Lerman A, and Holmes DR Jr. Mortality Differences Between Men and Women After Percutaneous Coronary Interventions: A 25-Year, Single-Center Experience. J Am Coll Cardiol 2008; 51: 2313-20

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