...risulta solo lievemente superiore ai fattori di rischio standard. Conclude così uno studio prospettico condotto a Framingham, Massachusetts da numerose organizzazioni sanitarie bostoniane e coordinato dal cardiologo Thomas Wang, della Harvard Medical School, che spiega: «Pochi studi avevano valutato l’utilità incrementale di biomarker multipli correlati a differenti meccanismi biologici nel predire il rischio di eventi cardiovascolari. Abbiamo pertanto misurato i valori di 10 biomarker in 3.209 partecipanti al Framingham Heart Study sottoposti a un ciclo di esami di routine: proteina C-reattiva, peptide natriuretico di tipo B, peptide natriuretico pro-atriale N-terminale, aldosterone, renina, fibrinogeno, d-dimero, inibitore dell’attivatore del plasminogeno di tipo 1 e omocisteina nel sangue e rapporto albumina/creatinina nelle urine».
Durante il follow-up (mediana: 7,4 anni), 207 partecipanti sono deceduti e 169 hanno avuto un primo evento cardiovascolare grave. In modelli di Cox dei rischi proporzionali, aggiustati in base a fattori di rischio convenzionali, i biomarker associati in maniera più significativa al rischio di decesso (ogni biomarker è seguito dal rischio relativo aggiustato per ogni unità logaritmica di incremento della deviazione standard) sono risultati il peptide natriuretico di tipo B (1,40), la proteina C-reattiva (1,39), il rapporto albumina/creatinina urinario (1,22), l’omocisteina (1,20) e la renina (1,17). I biomarker con il più elevato potere predittivo di gravi eventi cardiovascolari sono invece risultati il peptide natriuretico di tipo B (1,25) e il rapporto albumina/creatinina urinario (1,20).
I soggetti con punteggi multimarker (basati su coefficienti di regressione di biomarker significativi) nel quintile più alto hanno fatto registrare alti rischi di decesso (rischio relativo aggiustato: 4,08; p<0,001) e di gravi eventi cardiovascolari (rischio relativo aggiustato: 1,84; p=0,02) rispetto ai soggetti con punteggi nei due quintili più bassi. «Malgrado ciò, l’aggiunta di punteggi multimarker ai fattori di rischio convenzionali ha prodotto solo un lieve miglioramento nell’abilità di classificare il rischio, così come misurato dalla statistica C» conclude Wang, che implicitamente sconsiglia di includerli negli attuali protocolli di screening cardiovascolare. Un esito che deluderà quasi certamente epidemiologi e clinici, ma che con altrettanta certezza farà tirare un sospiro di sollievo agli amministratori della sanità.
Ciò non significa, però, che il potere predittivo dei test diagnostici – e non solo di quelli biochimici – debba restare per forza immutato nel tempo. Già i punteggi Framingham, così come quelli europei o italiani, usano infatti un’integrazione di indicatori diversi per rilevamento metodologico, che richiamano momenti fisiopatologici a loro volta diversi, nella prospettiva di un’interpretazione globale del rischio cardiovascolare. «Sul tema biomarker e sull’uso di biomarker chimici multipli, c'è attenzione da anni» spiega dalle sedi di Milano e Houston (Texas) la Fondazione Lorenzini, che se ne occupa da anni. «La strada non è quella di aumentare il numero dei biomarker chimici ma quella di integrare biochemical e bioimaging marker. Questa strada consente di aumentarne il valore predittivo». Per approfondire l’argomento la Fondazione mette a disposizione sul proprio sito la slide library del 1st Course on Integrated Biomarkers, che si è tenuto nel mese di ottobre 2005 a Lugano (Svizzera), e il programma preliminare aggiornato (224 kB) del 2nd International Symposium sull'argomento, che avrà luogo a Berlino (Germania) dal 21 al 23 giugno 2007.