...e da una greca dell’Università di Tessaglia a Trikala, la correlazione tra determinati valori dell’indice di massa corporea (BMI) e la composizione corporea – in specie il rapporto fra massa grassa e massa magra – è diversa nei pazienti con artrite reumatoide (AR) rispetto a quella dei malati di osteoartrosi (OA) e dei controlli sani.
«I malati di AR possono avere una massa grassa più elevata – e andare incontro alle complicazioni associate a questa loro maggiore adiposità – pur avendo un peso corporeo e un BMI che nella popolazione generale non si correlano tradizionalmente con il sovrappeso né con l’obesità» spiega il reumatologo greco (ma residente in UK) George Kitas, coordinatore dello studio. «Questa osservazione è importante ai fini di una corretta presa in carico dei pazienti con artrite reumatoide».
Il dottor Kitas, che dirige il Dipartimento di reumatologia al Russell’s Hall Hospital di Dudley (West Midlands, UK), ha esaminato con il suo team 174 malati di AR, 43 persone affette da OA e 82 controlli sani, affiancati da ulteriori 342 malati di AR quali gruppo di validazione. Kitas e colleghi hanno trovato che significative differenze di BMI tra i gruppi in studio erano dovute principalmente all’età. Tuttavia, dato un certo rapporto fra massa grassa e massa magra, i pazienti con AR e OA avevano un BMI più basso rispetto ai controlli, che però raggiungeva la significatività statistica solo nel caso dell’artrite reumatoide.
In pratica, i ricercatori hanno calcolato che nei malati di AR i valori di BMI – e i relativi punti di cut off – vanno ridotti di due unità: ciò significa che questi pazienti entrano nel campo del sovrappeso oltre il valore soglia di 23 (anziché 25) e in quello dell’obesità oltre 28 (anziché 30). Il modello matematico sviluppato dagli autori dello studio ha consentito loro di ricavare con la massima accuratezza la massa grassa dal BMI nei pazienti con artrite reumatoide.
«Ora il contributo dell’adiposità all’aumento del rischio cardiovascolare nei pazienti con artrite reumatoide dovrà essere rivalutato» conclude pertanto Alan Nevill, epidemiologo all’Università di Wolverhampton a Walsall (West Midlands, UK) e coautore dello studio. «In base alle attuali conoscenze, i risultati del nostro studio non sono ancora in grado di aiutare singoli pazienti, ma sono importanti ai fini di ulteriori studi epidemiologici per fare maggiore chiarezza sui rapporti tra AR e patologia cardiovascolare».