Anche l’obesità, malgrado tutto, ha il suo paradosso 

24 novembre 2006
I pazienti con cardiopatia ischemica e indice di massa corporea (BMI) più elevato hanno minori indici di mortalità a breve termine rispetto ai loro “colleghi” in peso forma...

...perché sono trattati dai medici in maniera più aggressiva. Secondo Bejamin Steinberg, studente di medicina della Johns Hopkins University di Baltimora, Maryland (USA) che ha presentato questo studio al meeting annuale di Chicago dell’American Heart Association (AHA), questo vero e proprio “paradosso dell’obesità” si potrebbe spiegare con il fatto che gli aterosclerotici obesi sono in media più giovani e i medici sarebbero quindi più propensi a intervenire su di loro con trattamenti aggressivi.

Più in dettaglio, l’analisi statistica di oltre 130mila casi ha dimostrato che i pazienti più pesanti hanno una prognosi migliore perché è più elevata la probabilità che i medici si attengano alle linee guida standard, comprese quelle che raccomandano di adottare tecniche invasive come l’angioplastica e che si associano a migliori esiti a distanza. L’incidenza della mortalità intraospedaliera in rapporto al BMI non lascia spazio a dubbi: 2,4 per cento negli obesi, 3,1 per cento nei pazienti sovrappeso e 5,4 per cento in quelli normopeso.

© 2006 - 2012 - Fondazione italiana per il cuore - note sull'utilizzo di questo sito
p.iva 10397020156 - cod. fisc. 97094200157

Realizzato grazie a un educational grant di

Fondazione Lorenzini