Per giungere a questa conclusione, l’epidemiologo francese Maxime Cournot e i suoi colleghi dell’INSERM U558 all’Università di Tolosa hanno arruolato nello studio 2.223 lavoratori – uomini e donne in buona salute – di età compresa fra 32 e 62 anni, i cui dati medici, psicosociali e ambientali sono stati raccolti nel 1996 e poi ancora nel 2001. La valutazione cognitiva è stata condotta mediante il ricordo di un elenco di parole (quattro richiami), un test di sostituzione cifre-simboli e un test di attenzione selettiva.
Dopo aggiustamento per età, sesso, scolarità, pressione arteriosa, diabete e altre covariabili psico-sociali, i valori più alti di BMI si sono associati ai più bassi punteggi congnitivi. Inoltre, e sempre dopo aggiustamento per i medesimi fattori confondenti, a un BMI basale più elevato (suddiviso per quintili) si è associato anche un progressivo declino cognitivo al follow-up, più marcato al test di ricordo delle parole. Non sono invece emerse associazioni significative tra cambiamenti del BMI e funzione cognitiva.
Gli autori considerano varie ipotesi a spiegazione dei loro risultati (un’azione neurochimica diretta degli adipociti sui neuroni, l’accentuazione di fenomeni aterosclerotici e cerebrovascolari, un effetto secondario dell’insulinoresistenza sul sistema nervoso centrale), ma nessuna sembra prevalere sulle altre e quindi saranno necessari nuovi studi per chiarire il rilievo sperimentale.