Si deve credere al BMI? 

6 settembre 2006
Sembra perdere credito l’associazione tra indice di massa corporea (BMI) e mortalità (totale e cardiovascolare) nei pazienti...

...con cardiopatia ischemica. Un ampio studio retrospettivo* (quasi un milione di anni-uomo), condotto dal cardiologo statunitense Francisco Lopez-Jimenez e colleghi alla Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, ha infatti dimostrato quanto segue:

  • rispetto ai pazienti normopeso (BMI compreso fra 20 e 24,9), i pazienti sottopeso (BMI fino a 19,9) sono esposti a un rischio di mortalità totale superiore del 37 per cento e  di mortalità cardiovascolare superiore del 45 per cento;
  • i pazienti sovrappeso (BMI compreso tra 25 e 29,9) corrono i rischi minori (mortalità totale ridotta del 13 per cento e cardiovascolare del 12 per cento);
  • i pazienti obesi (BMI compreso tra 30 e 34,9) conservano ancora un minimo vantaggio – seppure non statisticamente significativo – sui normopeso (mortalità totale ridotta del 7 per cento e cardiovascolare del 3 per cento);
  • solo i grandi obesi (BMI superiore a 35) sono a rischio, che però diventa alto solo nel caso della mortalità cardiovascolare (totale +10 per cento, cardiovascolare +88 per cento).
Gli autori suggeriscono che tali dati si possano spiegare con una mancanza di potere discriminatorio da parte del BMI nel differenziare il grasso corporeo dalla massa magra.

* Per l'accesso ai contenuti online di primo livello, come questo abstract, The Lancet chiede una semplice registrazione gratuita.


Tratto da cardiometabolica.org, un sito a cura della Fondazione Italiana per il cuore realizzato grazie ad un educational grant della Fondazione Giovanni Lorenzini.