Massa corporea a rischio fibrillazione atriale 

2 dicembre 2006
Tra indice di massa corporea (BMI) e fibrillazione atriale (FA) esiste un’associazione più forte se la fibrillazione ha carattere persistente,

meno solida se la FA è di tipo transitorio oppure intermittente. L’associazione tra obesità e FA risulta parzialmente mediata dal diabete mellito, mentre l’influenza degli altri fattori di rischio cardiovascolare appare irrilevante. Lo dimostra uno studio caso-controllo (94 kB) di popolazione su 425 pazienti con FA di nuova diagnosi (ambulatoriale e/o ospedaliera) e 707 controlli sani condotta dall’epidemiologo statunitense Sascha Dublin e colleghi, dell’Università di Washington a Seattle.

«L’obesità si associa notoriamente a un aumento del rischio di FA, ma finora non era noto se tale associazione fosse condizionata dalla durata o dalla persistenza della FA» premette il ricercatore «così come non era chiaro in quale misura il legame tra i due stati patologici fosse condizionato da altri fattori di rischio cardiovascolare. Così abbiamo intrapreso questo studio, facendo riferimento alla definizione di FA data dall’International Classification of Diseases, Ninth Revision».

Alla prova dei numeri, è risultato che per ogni aumento di un punto del BMI c’è un aumento medio del 3 per cento del rischio di FA e più precisamente del 7 per cento in caso di FA persistente (durata ≥ 6 mesi), del 4 per cento in caso di FA intermittente (durata ≥ 8 giorni o ricorrente) e dell’1 per cento in caso di FA transitoria (durata < 8 giorni). In confronto ai controlli con BMI normale, il rischio relativo di FA è apparso ridotto del 3 per cento in caso di sovrappeso e aumentato del 18, 34 e 131 per cento, rispettivamente, in caso di obesità di classe I, II e III (p = 0,002). L’aggiunta al modello del diabete mellito – possibile mediatore dell’associazione – ha ridotto da 1,034 a 1,028 il rischio relativo per unità incrementale di BMI, mentre l’aggiustamento per altri fattori di rischio cardiovascolare (tra cui l’iperlipidemia e l’ipertensione arteriosa) non ha attenuato l’associazione tra BMI e FA.

«Nel loro insieme, i risultati dello studio suggeriscono di ricercare sempre una possibile FA nei soggetti obesi, e in particolare in quelli di classe più elevata» conclude pertanto Dublin. «Inoltre, se verrà confermato da altri studi che i soggetti obesi corrono un rischio più elevato di FA persistente anziché transitoria, in questi casi potrebbe essere appropriato un ricorso più aggressivo al trattamento anticoagulante».


Tratto da cardiometabolica.org, un sito a cura della Fondazione Italiana per il cuore realizzato grazie ad un educational grant della Fondazione Giovanni Lorenzini.