Questo indipendentemente da altri fattori noti, compreso un eventuale infarto miocardico.
Lo dimostra un recente studio retrospettivo condotto dall’epidemiologo svedese Erik Ingelsson, che tra il 1970 e il 1974, insieme ad alcuni colleghi geriatri dell’Università di Uppsala, ha arruolato 2.314 soggetti al compimento del 50° anno e li ha seguiti fino al 70° compleanno. Al posto della misurazione del giro vita, è stata usata una combinazione tra la definizione (modificata) di sindrome metabolica secondo il National Cholesterol Education Program e l’indice di massa corporea.
Dopo avere corretto i risultati relativi allo scompenso cardiaco per i fattori di rischio noti (ipertensione arteriosa, diabete, ipertrofia ventricolare sinistra dimostrata all’elettrocardiogramma, fumo e indice di massa corporea), la presenza di sindrome metabolica all’atto dell’arruolamento si associava a un rischio relativo di 1,66 (intervallo di confidenza al 95 per cento: 1,02-2,70), che aumentava ancora (1,80; intervallo di confidenza al 95 per cento: 1,11-2,91) se durante il follow-up il paziente aveva avuto un infarto miocardico.
Gli autori dello studio concludono pertanto che «la sindrome metabolica fornisce importanti informazioni relative al rischio di scompenso cardiaco, che si estendono oltre quelle date dai fattori di rischio già noti».
