C’è chi parla di "epidemia non infettiva" quando si riferisce all’insieme delle patologie...
...legate al crescente incremento di sovrappeso e obesità che incidono direttamente o indirettamente – attraverso particolari modificazioni metaboliche – sui sistemi di controllo dell’organismo. E la realtà delle cifre non sembra molto lontana da questa affermazione. Oggi l’obesità è considerata il disturbo metabolico più diffuso nei paesi industrializzati occidentali, ma il sovrappeso è ormai un problema globale. Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relative al 2003, gli adulti in sovrappeso (considerando come soglia un indice di massa corporea o BMI ≥ 25) sono più di un miliardo, di cui almeno 300 milioni sono clinicamente obesi. Questi numeri si riflettono pesantemente anche sui costi sanitari: secondo un’analisi del 2001, l’obesità con le sue complicazioni causa da sola il 5,5-7 per cento della spesa sanitaria nazionale Usa e la percentuale scende solo di poco (tra il 2 e il 3,5 per cento) in altri paesi, come Canada, Francia, Giappone e Portogallo.
Anche se ormai l’obesità interessa la maggior parte dei paesi del mondo, è sicuramente ancora oggi un problema di particolare evidenza negli Stati Uniti. Sono oltre 40 milioni gli americani che possono essere definiti obesi (BMI ≥ 30) e l’obesità è la prima causa di morte, con almeno 300 mila morti l’anno. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani, tra gli adulti statunitensi di età compresa tra i 20 e i 74 anni, la prevalenza del sovrappeso (BMI 25-29,9) è aumentata del 2 per cento dal 1980, passando dal 33 al 35 per cento della popolazione nel 1999. Nello stesso arco di tempo, invece, l’obesità è quasi raddoppiata, passando dal 15 al 27 per cento della popolazione, e raggiungendo il 31 per cento circa nel 2000.
Il sistema sanitario nazionale statunitense si è proposto di ridurre la prevalenza dell’obesità tra gli adulti a meno del 15 per cento entro il 2010. Per raggiungere questo obiettivo, gli Stati Uniti hanno messo in atto numerose campagne e predisposto diversi strumenti. Uno di questi è il Behavioral Risk Factor Surveillance System (BRFSS), nato nel 1984 dai CDC, che consiste in una rete che ad oggi coinvolge 15 stati americani, per realizzare un monitoraggio costante dei comportamenti a rischio nella popolazione americana e quindi fornire ai National Institutes of Health (NIH) indicazioni utili per mettere a punto le strategie più adatte a combattere i comportamenti scorretti. Nel 1998, i NIH hanno anche pubblicato un documento di Linee guida che revisionava i numerosi studi scientifici compiuti sull’obesità e proponeva una serie di raccomandazioni.
Dal 2000, la Division of Nutrition and Physical Activity dei CDC ha avviato un programma di supporto ai dipartimenti di salute per sviluppare interventi mirati e campagne di informazione sui comportamenti nutrizionali e di attività fisica utili alla prevenzione di condizioni croniche, specialmente l’obesità. Per fornire ulteriori elementi i CDC hanno pubblicato di recente la Resource Guide for Nutrition and Physical Activity Interventions to Prevent Obesity and Other Chronic Diseases, con una serie di informazioni utili sia agli operatori sanitari sia al pubblico.
Nel suo "Rapporto sulla salute in Europa 2002", l’Ufficio regionale europeo dell’OMS definisce l’obesità come "un’epidemia estesa a tutta la regione europea". Circa la metà della popolazione adulta è sovrappeso e il 20-30 per cento degli individui, in molti paesi, è definibile come clinicamente obeso. La Conferenza Europea sull’obesità di Copenhagen (11-12 settembre 2002) ha evidenziato che l’incidenza dell’obesità è aumentata in Europa del 10-50 per cento nell’ultima decade, secondo il paese considerato, e che circa il 4 per cento di tutti i bambini europei è affetto da obesità. L’incidenza di questa condizione sui costi globali sanitari è del 2-8 per cento ed è necessario mettere in atto urgenti campagne di informazione e di educazione per informare la popolazione europea sui rischi legati al sovrappeso e all’obesità.
Per quanto riguarda in particolare l’obesità addominale – intesa come giro vita superiore a 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna – in base a un’indagine pubblicata su Obesity Research, negli Stati Uniti la percentuale totale di individui affetti è pari al 46 per cento (55,1 per cento delle donne e 36,9 per cento dei maschi). Analizzando comparativamente i diversi studi epidemiologici nazionali, la Spagna è al secondo posto con il 34,7 per cento di prevalenza di obesità addominale in entrambi i sessi, seguita dall’Italia, dal Regno Unito (27,5 per cento), dalla Francia (26,3 per cento), dalla Germania (20,3 per cento) e dall’Olanda (18,2 per cento). In tutti gli studi considerati le percentuali più elevate si registrano tra le donne. Pur se la situazione appare già allarmante, secondo gli esperti di politica sanitaria l’aumento dell’obesità addominale può essere responsabile di un eccesso di morbilità e mortalità cardiovascolare nei prossimi anni.
Fonte: Epicentro
Lo studio IDEA
Le malattie cardiovascolari sono una delle principali cause di morte. Negli ultimi anni diversi studi internazionali hanno dimostrato che l’aumento della circonferenza addominale e quindi l’obesità localizzata all’addome rappresenta un predittore più efficace del rischio cardiovascolare del soggetto rispetto al classico indice di massa corporea, e addirittura lo studio Interheart ha identificato l’obesità addominale come uno dei nove fattori potenzialmente responsabili di infarto. Da queste osservazioni è nata la necessità di registrare direttamente la prevalenza dell’obesità addominale nelle diverse aree del pianeta. Lo studio International Day for the Evaluation of Abdominal obesity (IDEA) è una ricerca internazionale che ha mirato proprio a colmare la carenza di informazioni sulla reale prevalenza del "fenomeno" obesità addominale. In particolare, grazie a questo studio si è ottenuta una valutazione "reale" della prevalenza del fenomeno in diversi paesi del mondo, grazie alle rilevazioni effettuate dai medici di medicina generale sui pazienti che afferivano liberamente all’ambulatorio in due giorni consecutivi, nel maggio 2005. Le date in cui sono stati effettuati i controlli sono state scelte liberamente nei diversi paesi e i medici prescelti per le rilevazioni sono stati selezionati a campione.
Sono stati coinvolti nell’indagine internazionale 6.407 medici di medicina generale di 63 nazioni, che hanno preso in esame i soggetti giunti nei loro ambulatori (più di 177.345 di età compresa tra i 18 e gli 80 anni, 41 per cento uomini, 59 per cento donne). Lo studio ha previsto una rilevazione anamnestica dei soggetti, con particolare riferimento ai fattori di rischio come diabete, dislipidemia, ipertensione o pregresse patologie cardiovascolari e alle abitudini di vita correlate con il rischio cardiovascolare come fumo, attività fisica e alimentazione, cui hanno fatto seguito le misurazioni oggettive. Sono stati infatti misurati: