Il sovrappeso e l’obesità sono spesso associati ad altre condizioni patologiche quali ipertensione, intolleranza glucidica, dislipidemia...
...e quindi a un incremento del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari, diabete mellito, malattie renali e neoplasie legate all’obesità (colon, mammella, esofago, utero, ovaie, rene e pancreas). La gestione del paziente obeso comprende diversi punti di fondamentale importanza: anamnesi patologica remota e prossima del soggetto, anamnesi farmacologica (perché alcuni farmaci, tra cui corticosteroidi e antipsicotici, hanno come effetto collaterale l’incremento del peso corporeo), la storia di aumento di peso e il massimo peso raggiunto, eventuali tentativi di calo ponderale. E’ importante sottolineare come anche la perdita del 5-10 per cento del peso sia sufficiente a modificare in senso positivo la pressione arteriosa, l’assetto lipidico e glucidico e la circonferenza addominale.
L’approccio non chirurgico al paziente obeso implica un’azione sullo stile di vita e un’azione farmacologica. Il concetto di stile di vita è strettamente legato a una sana e corretta alimentazione, all’attività fisica e a modifiche di comportamento. Per quanto riguarda l’importanza della dieta, è chiaro che per perdere peso occorre introdurre una quantità di calorie inferiore a quella utilizzata nell’arco della giornata. Solo nei casi che richiedono un calo ponderale rapido si utilizza una dieta ipocalorica (meno di 800 Kcal), ma in queste particolari situazioni la persona deve essere sotto stretto monitoraggio medico. In genere la quantità di grassi presente nella dieta ipocalorica deve valere meno del 30 per cento delle calorie totale.
L’attività fisica è un altro aspetto importante nella gestione dell’obesità, ma è importante evidenziare come la sola attività fisica senza la riduzione dell’apporto calorico non ottenga risultati soddisfacenti in termini di riduzione di peso corporeo. Di contro, l’attività fisica regolare e una dieta ipocalorica, oltre a determinare un calo ponderale, inducono la riduzione dei livelli plasmatici di trigliceridi, della pressione arteriosa e un aumento dei livelli di c-HDL. Per ottenere questi risultati il soggetto obeso deve essere stimolato, ma deve anche sapersi “automonitorare”.
La terapia farmacologica è utilizzata in aggiunta agli interventi sullo stile di vita, quando questi ultimi non ottengono i risultati desiderati. Attualmente solo quattro farmaci sono stati approvati dalla Food and Drug Administration (FDA): fentermina e dietilpropione, che sono stimolanti adrenergici e agiscono migliorando il rilascio di norepinefrina in alcune zone cerebrali e riducendo l’introito di cibo; sibutramina, che è un inibitore del riassorbimento di serotonina-norepinefrina e riduce l’appetito; orlistat, che è un inibitore della triacilglicerolo lipasi che agisce nel lume intestinale al fine di ridurre del 30 per cento circa l’assorbimento di lipidi alimentari. La difficoltà non è insita solo nel perdere peso, ma anche nel mantenere tale perdita, e vi sono alcuni fattori che predicono il mantenimento della riduzione ponderale: l’esercizio fisico regolare, il controllo frequente del peso corporeo, il controllo dell’introito di cibo e una dieta povera in grassi.
Non vi è dubbio che la perdita di peso a breve termine e il suo mantenimento sono legati alla restrizione calorica e all’attività fisica, ma rimane ancora da verificare come sia possibile ottenere un’ottimale compliance dell’individuo a questo corretto stile di vita e, quando necessario, alla terapia farmacologica. Ulteriori dati sono necessari per meglio comprendere le basi genetiche dell’obesità e della risposta al trattamento farmacologico.