Jean-Pierre Després: sessant’anni di mele e pere 

Già nel 1947 il medico francese Jean Vague aveva definito chiaramente con un semplice paragone vegetale – mela o pera? – la diversa distribuzione del tessuto adiposo nell’uomo e nella donna.

Nel primo gli adipociti si concentrano soprattutto a livello addominale, nella seconda il loro accumulo è prevalente in corrispondenza dei fianchi e delle cosce.


Caricatura della forma “a mela” (metabolicamente pericolosa, più comune nell’uomo, a sinistra) e “a pera” (metabolicamente protettiva, più comune nella donna, a destra). Il fatto che l’obesità sia diventata oggetto di ironia ha impedito a lungo di comprendere le sue implicazioni sanitarie. L’obesità può inoltre favorire l’insorgenza di problemi muscolo-scheletrici e psicologici, oltre ad avere pesanti effetti sulla qualità della vita.

Sessant’anni dopo quella prima osservazione, l’adiposità localizzata a livello addominale non è più considerata come un semplice carattere sessuale secondario, al limite con una valenza estetica, bensì come un potenziale fattore di rischio cardiovascolare aggiuntivo. In altre parole, nel definire il rischio stesso non si può parlare tout court di obesità, quanto piuttosto di localizzazione del tessuto adiposo in eccesso. Se si concentra intorno ai visceri addominali, allora va considerato pericoloso.

Ne è convinto anche Jean-Pierre Després, tra i massimi esperti mondiali di rischio cardiometabolico, che ha presentato i suoi studi più recenti a Perugia, in occasione del congresso nazionale della Società italiana per lo Studio dell’Arteriosclerosi. «Fino a oggi l’obesità era mal definita, almeno sotto l’aspetto del rischio cardiovascolare globale» è il parere di Després. «Nel definire il profilo di rischio del soggetto non credo che si possa limitare a parlare solo di peso, ma che si debba definire anche la localizzazione dell’eccesso adiposo nell’organismo. Quando si concentra soprattutto intorno ai visceri addominali, cresce il rischio di sviluppare specifiche alterazioni metaboliche come l’aumento dei trigliceridi e il calo del colesterolo HDL. Per questo ritengo che il tessuto adiposo viscerale vada considerato pericoloso e che di questo fattore si debba tenere conto quando si definisce il rischio cardiometabolico del soggetto».

Per definire in modo appropriato il rischio cardiometabolico del soggetto, quindi, non bastano più i soli parametri di peso e statura. Occorre un elemento in più, che la comunità scientifica ha identificato nel giro vita rilevato mediante la sua semplice misurazione con un metro a nastro da sarto (vedi box). Després è convinto che questo parametro, di facile misurazione anche da parte del medico di medicina generale, sia un indicatore affidabile del rischio. «La misurazione del giro vita è semplice e può essere effettuata da tutti i medici generalisti, che rappresentano uno snodo fondamentale nello screening dei disturbi cardiometabolici» osserva il cardiologo canadese. «Lo provano i risultati dello studio IDEA (Circulation 2007; 116: 1942-51, vedi oltre), che abbiamo condotto proprio per valutare la prevalenza dell’obesità addominale nella popolazione e che ha coinvolto 6425 medici in tutto il mondo. Attraverso un semplice video i medici hanno imparato in pochi secondi a prendere questa misura, così importante ai fini della diagnostica cardiometabolica».

A sostenere il ruolo fondamentale della misurazione del giro vita come test di screening per la valutazione del rischio cardiovascolare ci sono ovviamente anche altre evidenze scientifiche, come la ricerca (BMJ 2005; 331: 455-6) condotta da un gruppo di sanitari inglesi guidati da David Haslam, coordinatore del National Obesity Forum. Ma ci sono soprattutto le ricerche sul tessuto adiposo e sulle differenti azioni endocrino-metaboliche da esso sostenute e legate alla sua localizzazione. Il grasso viscerale presenta infatti caratteristiche diverse rispetto a quello sottocutaneo sia per quanto riguarda la struttura delle cellule sia per i loro effetti sull’organismo. Gli adipociti viscerali si possono infatti considerare vere e proprie «centrali endocrino-metaboliche» che favorisce il rilascio di sostanze attive su processi significativi sotto l’aspetto del rischio cardiometabolico. Resta però un problema: come può il medico generalista distinguere l’obesità viscerale da quella sottocutanea, seppure in presenza di un aumento del giro vita?

«Oggi penso si possa dare una risposta chiara a questa domanda, fondamentale per la pratica clinica quotidiana» spiega Després. «Un nostro ampio studio epidemiologico, in corso di pubblicazione, dimostra come in presenza di un giro vita superiore ai valori consigliati, un’ipertrigliceridemia sia l’elemento determinante per poter parlare con certezza di obesità viscerale, quindi di rischio cardiometabolico. Se i trigliceridi sono aumentati, significa che è presente grasso viscerale. Se invece sono nella norma, è probabile che l’accumulo di tessuto adiposo sia in prevalenza sottocute. Per questo è importante rilevare sempre il giro vita e – se supera i valori consigliati – attuare una serie di misure per ridurlo. Il nostro modello prevede un monitoraggio nel tempo dei pazienti in trattamento con un regime alimentare e un programma di attività fisica: ogni mese sono sottoposti a visita dietologica e fisiatrica. Occorre soprattutto avvertire la persona che la presenza di obesità addominale è un fattore di rischio cardiovascolare. Solo a quel punto inizia un programma integrato per ridurre il tessuto adiposo viscerale. La nostra esperienza in questo senso è emblematica. Abbiamo condotto uno studio su 150 maschi adulti, seguiti ogni mese da un dietologo e da un fisiatra. In un anno abbiamo ridotto in media il peso di sette chili, ma soprattutto il giro vita di otto centimetri: tutto senza utilizzare farmaci, che vanno impiegati solo se e quando necessario, là dove il paziente non risponda a interventi sullo stile di vita. Già il solo approccio educazionale può migliorare significativamente il rischio cardiovascolare: pensate che circa un paziente con obesità addominale su due ha un’intolleranza al glucosio e quindi, se non si interviene, è destinato a sviluppare la patologia. Ebbene, il nostro studio ha dimostrato che il solo approccio educazionale dimezza l’intolleranza al glucosio ai controlli mensili. Ma non basta: la riduzione del grasso viscerale comporta un aumento del colesterolo HDL, ad azione protettiva sui vasi, mentre fa abbassare i trigliceridi e determina un calo della proteina C-reattiva».

Federico Mereta
giornalista

Come si misura il giro vita?

L’obesità addominale si può individuare facilmente misurando il giro vita. Può bastare un semplice metro a nastro da sarto, procedendo così:
  1. togliere la camicia o la maglietta e slacciare la cintura dei pantaloni;
  2. posizionare il metro a metà tra la parte più alta dell’osso dell’anca e l’ultima costa, in fondo alla cassa toracica;
  3. prendere la misura solo con l’addome rilassato e dopo avere espirato.

Jean-Pierre Després


Il ricercatore canadese Jean-Pierre Després

Jean-Pierre Després insegna alla Divisione di Kinesiologia, Dipartimento di Medicina sociale e preventiva all’Università Laval, Québec, Canada. Després ha ottenuto il PhD in Fisiologia dell’esercizio nel 1984, sempre all’Università Laval. Nei due anni successivi ha seguito un corso di perfezionamento al Dipartimento di Medicina, Università di Toronto. Nel 1986 è tornato definitivamente all’Università Laval. Nel 1991 è stato nominato Direttore associato del CHUL Lipid Research Center, di cui è stato Direttore scientifico dal 1995 al 2000. Dal 1999 al 2005 è stato docente di Nutrizione umana, Lipidologia e Prevenzione cardiovascolare, sempre all’Università Laval. Dal 1999 è inoltre Direttore della ricerca cardiologica all’Istituto cardiologico del Québec. Dal 1992 al 2000 è stato Direttore dell’International Journal of Obesity e oggi fa parte del board editoriale di numerosi periodici scientifici. Després, che ha pubblicato più di 400 articoli su riviste peer-reviewed e ha scritto 45 capitoli di libro, si occupa di valutazione e trattamento dell’obesità, distribuzione del tessuto adiposo, metabolismo lipidico, diabete, sindrome metabolica, esercizio, nutrizione e prevenzione-trattamento dei fattori di rischio cardiovascolare.

IDEA conferma il link tra obesità addominale, malattie cardiovascolari e diabete

Lo studio International Day for the Evaluation of Abdominal obesity (IDEA), appena pubblicato su Circulation, conferma che elevati valori di giro vita si correlano strettamente con patologie cardiovascolari e diabete e sono indipendenti dall’indice di massa corporea (BMI) e dall’età. Lo studio ha valutato la prevalenza dell’obesità addominale su circa 170mila persone reclutate da oltre 6.300 medici di medicina generale in 63 Paesi. IDEA dimostra che l’adiposità addominale, valutata mediante la semplice misurazione del giro vita, è significativamente associata all’aumento del rischio cardiovascolare e del diabete in tutto il mondo. I risultati della ricerca indicano inoltre che la circonferenza addominale e il BMI sono marcatori di rischio cardiovascolare e diabete indipendenti dall’età, dal sesso e dall’origine geografica dei soggetti.

«Lo studio IDEA conferma l’importanza della misurazione della circonferenza addominale nelle cure primarie insieme a BMI, pressione arteriosa, glicemia e profilo lipidico, al fine di identificare i pazienti che presentano un rischio maggiore di patologie cardiovascolari e diabete»  ha spiegato Beverley Balkau, epidemiologo all’INSERM U780-IFR69 di Villejuif (Francia) e coordinatore dello studio. IDEA non ha valutato solo la prevalenza dell’obesità addominale, ma ha definito pure il legame tra giro vita e BMI da una parte, malattie cardiovascolari e diabete dall’altra. «I risultati hanno dimostrato che i due parametri sono correlati in maniera indipendente con questi quadri patologici, in entrambi i sessi. La correlazione è tuttavia più significativa per il giro vita. Il rapporto si osserva anche per il pazienti normopeso, in particolare per il diabete» ha aggiunto Balkau.

© 2006 - 2010 - Fondazione italiana per il cuore - note sull'utilizzo di questo sito
p.iva 10397020156 - cod. fisc. 97094200157

Realizzato grazie a un educational grant di

Fondazione Lorenzini