La sindrome metabolica è un’entità costituita da diversi fattori di rischio cardiometabolici, che spesso comprende l’obesità addominale.
Da tempo si sa che la presenza di sindrome metabolica si associa a un maggiore rischio di mortalità cardiovascolare e per tutte le cause. La sindrome è presente in diverse popolazioni di pazienti, ma non si conosce ancora in una popolazione sufficientemente ampia la sua prevalenza in concomitanza con ipertensione e alterazioni del metabolismo lipidico. In particolare, solo studi epidemiologici condotti su piccole popolazioni hanno indagato la prevalenza della sindrome metabolica in soggetti valutati presso centri per l’ipertensione e per il trattamento delle dislipidemie.
Per offrire una risposta a questi interrogativi epidemiologici e offrire un quadro sulla prevalenza dell’obesità addominale in Italia in popolazioni afferenti a centri per l’ipertensione e per le dislipidemie, è stato condotto e realizzato lo studio PROMISE (Prevalence of Abdominal Obesity and Metabolic Sindrome and Their Association with Organ Damage in Hypertension and Lipid Clinics). Lo studio è stato coordinato da Alberto Zanchetti, già professore ordinario di Medicina interna all’Università Statale e direttore del Centro di Fisiologia clinica e Ipertensione all’Ospedale Maggiore, entrambi a Milano, che ha recentemente presentato i risultati preliminari del trial, relativi ai pazienti afferenti ai soli centri per l’ipertensione.
Cardiometabolica (CM): Professor Zanchetti, perché è stato condotto lo studio PROMISE?
Alberto Zanchetti (AZ): Lo spunto è venuto dalla letteratura scientifica. Numerosi trial epidemiologici hanno dimostrato che l’ipertensione è uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare e, nel contempo, hanno confermato che raramente l’aumento della pressione arteriosa rappresenta un fenomeno isolato. Spesso, infatti, l’ipertensione si associa ad altri fattori di rischio cardiovascolare, come l’aumento del colesterolo-LDL o il diabete, e di frequente queste alterazioni del metabolismo concorrono a definire il rischio cardiovascolare globale. Con lo studio PROMISE abbiamo voluto valutare se e quanto l’ipertensione si associ a una serie di fattori di rischio significativi, ma di tipo metabolico, come bassi valori di colesterolo-HDL, elevata trigliceridemia e obesità addominale. Lo studio rappresenta quindi un importante tassello nelle conoscenze sui rapporti tra l’ipertensione e i cosiddetti "fattori di rischio cardiometabolici".
CM: Quali sono stati i criteri per il reclutamento dei soggetti in osservazione?
AZ: Lo studio, a mio parere, assume un particolare significato per due diversi aspetti. Innanzitutto è stato condotto in Italia, ed esclusivamente in centri nazionali, diffusi su tutto il territorio della penisola. Questo significa che offre uno spaccato di prevalenza estremamente preciso e mette a disposizione dati molto significativi, in grado di aiutare lo specialista nella pratica clinica. Il secondo aspetto significativo è legato alle caratteristiche dei centri coinvolti: hanno partecipato centri per l’ipertensione e strutture dedicate allo studio dell’aterosclerosi, che hanno arruolato pazienti con alterazioni del metabolismo lipidico.
CM: A che punto è la valutazione dei risultati?
AZ: Al momento lo studio si può considerare concluso e sono in corso le analisi dei dati ottenuti. Non sono ancora disponibili risultati definitivi sull’intera coorte di pazienti inserita nel trial, ma esistono informazioni relative ai circa 690 soggetti reclutati nei centri per l’ipertensione che hanno partecipato all’indagine. Questi primi dati, seppure parziali, sono stati presentati ufficialmente al recente congresso della Società europea per l’Ipertensione (ESH) tenutosi a Milano.
CM: Cosa emerge da questi primi, parziali risultati?
AZ: Penso che i dati disponibili offrano già un quadro abbastanza preciso e allarmante circa la frequenza dell’associazione tra ipertensione e quella che modernamente è chiamata "sindrome metabolica". Se prendiamo come parametro la definizione di sindrome metabolica dell’ATP III, la prevalenza di questa condizione nell’iperteso seguito presso centri specializzati si aggira intorno al 30 per cento. Se invece si considera la definizione di sindrome metabolica data dall’International Diabetes Federation (IDF), si arriva addirittura al 37 per cento. In ogni caso, possiamo dire che più o meno un paziente iperteso su tre presenta fattori di rischio cardiometabolici. Più in particolare, solo un terzo degli ipertesi in cura presso i centri ha un solo fattore di rischio cardiovascolare, appunto l’ipertensione, un altro terzo presenta un secondo fattore di rischio e l’ultimo terzo è esposto a tre o più fattori di rischio, come appunto quelli considerati nella sfera della sindrome metabolica.
CM: Lo studio ha previsto anche la valutazione del danno d’organo sub-clinico?
AZ: Ovviamente si. I soggetti inseriti nello studio PROMISE sono stati sottoposti tra l’altro a ecocardiografia, studio delle carotidi tramite eco-Doppler e misurazione della microalbuminuria, parametro significativo per valutare la presenza di danno renale. Sulla base di dati preliminari si può affermare che nei soggetti che presentano anche fattori di rischio cardiometabolico sono più frequenti segni di danno d’organo sub-clinico a carico del cuore (ispessimento delle pareti, ipertrofia ventricolare sinistra) e delle carotidi.