Il recente Congresso annuale della "European Society of Cardiology", che si è tenuto...
nei giorni scorsi a Vienna, ha laureato a pieni voti la sindrome metabolica dandole posizione di rilievo in numerosi incontri e indicando in detta sindrome l’emblema della Multiple Risk Factor Disease. «Dieci anni, fa nei congressi di cardiologia, quando si parlava di sindrome metabolica erano presenti cinque persone inclusi i relatori. Oggi le aule sono piene e c’è folla davanti ai televisori che trasmettono la sessione fuori dall’aula» ha dichiarato Phil Carter.
Dalla Metabolic Triad alla sindrome metabolica, il rischio cardiometabolico attira l’attenzione di ricercatori e clinici, non solo come modello di patologia, ma soprattutto per l’evidenza di una prevalenza crescente, soprattutto nell’interrelazione con altre patologie. «Più del 50 per cento dei pazienti che evolvono verso la cardiopatia hanno un’insulino-resistenza» ha affermato John Eric Deanfield «così come più del 70 per cento dei pazienti con infarto miocardico hanno a loro volta insulino-resistenza. Dal concetto di “sindrome” si sta passando a quello di Continuous Disease».
D’altra parte Salim Yusuf, prima nello studio INTERHEART e poi ancora due anni dopo, aveva messo in evidenza la continuità della correlazione tra circonferenza addominale e rischio cardiovascolare (CV).
Pierre Bassand sostiene che il rapporto vita/fianchi (nella popolazione di riferimento da 0,77 a 0,85) viene ritenuto meglio riflettere la correlazione con il rischio CV rispetto all’indice di massa corporea (BMI).
Il rapporto tra spessore dell’intima e della media carotidea e sindrome metabolica, così come anche le interferenze di quest’ultima con la cessazione del fumo, propongono una nuovi spunti di riflessione. Macrofagi, vascolarità infiammazione e trombosi sottolineano l’importanza di seguirne la evoluzione con i biomarker di detti momenti fisiopatologici. Tra questi Wolfgang Koenig sottolinea l’importanza di fosfatasi alcalina, alanina-aminotransferasi (ALT), gammaGT e i collegamenti con la Non Alcoholic Fatty Liver Disease. Sempre Koenig dà importanza alla sovraespressione di PAI-1.
Le interrelazioni dell’adipe viscerale con l’esercizio richiamano una stretta correlazione tra attività fisica e benessere fisico (Jean-Pierre Desprès). La Vital Belt costituisce la misura dell’efficacia della modificazione dello stile di vita.
Per alcuni lati collegata al cardiometabolismo è la risonanza della nuove Linee guida sull’ipertensione rilasciate già lo scorso giugno a Milano durante il Congresso dell’European Society of Hypertension (ESH) e ampiamente riprese all’ESC. Già il nuovo approccio integrato verso la valutazione del rischio multiplo (quindi non limitato alla pressione arteriosa) era stato ampiamente delineato un paio di settimane prima dell’ESC da Franz Messerli, il quale scriveva con Bryan Williams e Eberhard Ritz che «l’ipertensione essenziale si combina usualmente con altri rischi CV quali l’invecchiamento, il sovrappeso, la resistenza all’insulina, il diabete e l’iperlipidemia. Danni d’organo come l’ipertrofia del ventricolo sinistro e la microalbuminuria possono subdolamente comparire anche in caso di ipertensione mascherata».
Molti di questi concetti sono stati ripetuti nel Symposium on Hypertension and beyond da Stefano Taddei, Peter Dominiak, Csaba Falsang, Gilles Degenais e Salim Yusuf. Quest’ultimo, basandosi proprio sugli studi INTERHEART, ha richiamato l’approccio al “multirischio”. Il 90 per cento dei rischi totali è rappresentato per il 62,8 per cento da fattori legati (in maniera diretta o indiretta) allo stile di vita: rapporto ApoB/ApoA1 marker migliore del disordine lipidico; rapporto vita/fianchi meglio correlato al rischio CV del BMI; fumo attivo e passivo (equivalente a 5-7 sigarette die); alimentazione povera di frutta/verdura, mancanza di esercizio fisico, abuso di alcol. Per il restante 30 per cento scarso, l’impatto è rappresentato da fattori non del tutto legati allo stile di vita quali ipertensione, diabete, obesità addominale, condizioni psico-sociali e – ancora – disordini lipidici. I rapporti ApoB/ApoA1 e vita/fianchi, così come il fumo, non hanno valori soglia ma presentano un continuum di correlazione con il rischio CV. D’altra parte, per Yussuf appare un continuum anche l’ipertensione e il prefisso iper appare sbagliato per se: «E’ un continuum come l’età». Questo concetto appare evidente nelle citate nuove Linee guida sull’ipertensione (figura 1).

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