Obesità addominale: dall’epidemiologia le prove del rischio cardiometabolico 

Si può definire l’obesità addominale come un accumulo di grasso in corrispondenza dell’addome,...

...legato a un eccesso di tessuto adiposo viscerale e con una disposizione del grasso a livello del peritoneo e delle strutture connettive intraddominali, come il mesentere. La presenza dell’obesità addominale – e quindi l’eccesso di grasso viscerale – si definisce mediante la misurazione della circonferenza addominale: quando questa supera valori di 102 nei maschi e 88 centimetri nelle femmine si parla di obesità addominale. Secondo la classificazione dell’International Diabetes Federation (IDF) i valori limite sarebbero ancora inferiori – rispettivamente 94 e 80 centimetri – ma in realtà l’impostazione dell’IDF si riferisce alla sindrome metabolica (SM) e i suoi numeri fanno fede quando si accompagnano ad altri due fattori della SM stessa.

L’obesità addominale, definita in base alla circonferenza dell’addome, è un fondamentale parametro “esterno” per valutare la presenza di grasso viscerale responsabile di gravi alterazioni metaboliche. Attualmente la prevalenza dell’obesità addominale ha raggiunto dimensioni epidemiologiche estremamente preoccupanti, e la sua prevalenza è in costante incremento sia in Italia sia in altre aree geografiche a tutte le età. In Italia dati molto recenti si riferiscono all’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare italiano (Italian Heart Journal 2004; S3: 49S-92S), un’indagine che ha preso in esame 4.908 maschi e 4.804 donne fra i 35 e i 74 anni. Dallo studio emerge che globalmente un uomo adulto su due e una donna su tre sono in sovrappeso, con una prevalenza di obesità del 18 per cento tra i maschi e del 22 per cento tra le femmine. Preoccupano molto le percentuali relative all’obesità addominale, che raggiunge il 24 per cento tra gli uomini e il 37 per cento tra le donne, per una prevalenza nella popolazione generale del 31,5 per cento. Questi dati collocano l’Italia in una sorta di “centro classifica” nell’ambito dei paesi industrializzati in cui sono state condotte analisi epidemiologiche simili.

Negli Stati Uniti, in base a un’indagine pubblicata da Obesity Research, la prevalenza dell’obesità addominale è pari  al 36,9 per cento fra i maschi e al 55,1 per cento tra le femmine, con un valore totale del 46 per cento. Analizzando comparativamente i diversi studi epidemiologici nazionali, la Spagna è al secondo posto con una prevalenza di obesità addominale in entrambi i sessi del 34,7 per cento, seguita dall’Italia, dal Regno Unito (27,5 per cento), dalla Francia (26,3 per cento), dalla Germania 20,3) e dall’Olanda (18,2 per cento). In tutti gli studi considerati le percentuali più elevate si registrano tra le donne.

Su scala internazionale possono infine risultare utili per definire la prevalenza dell’obesità addominale i risultati dello studio International Day for the Evaluation of Abdominal obesity (IDEA), presentato al Congresso annuale 2006 dell’American College of Cardiology di Atlanta (Georgia, USA). Si tratta di una ricerca internazionale finalizzata proprio a colmare la carenza informativa sulla reale prevalenza del “fenomeno” obesità addominale. L’indagine internazionale ha coinvolto 6407 medici di medicina generale di 63 nazioni, che hanno esaminato i soggetti giunti nei loro ambulatori (più di 177.345, di età compresa tra 18 e 80 anni,  41 per cento maschi, 59 per cento femmine). Lo studio prevedeva una rilevazione anamnestica, con particolare riferimento ai fattori di rischio – quali diabete, dislipidemia, ipertensione o pregresse patologie cardiovascolari – e alle abitudini di vita correlate con il rischio cardiovascolare come fumo, attività fisica e alimentazione, cui hanno fatto seguito le misurazioni oggettive. Sono stati infatti misurati la circonferenza addominale , il peso corporeo e la statura, cui ha fatto seguito il calcolo dell’indice di massa corporea.

Secondo i dati raccolti su più di 170mila pazienti, l’obesità addominale rappresenta un problema di salute pubblica sull’intero pianeta. In particolare, la prevalenza dell’eccesso di tessuto adiposo a livello addominale – sia pure adottando il cut-off più tollerante di 102 centimetri per l’uomo e 88 centimetri per la donna – si aggira su scala mondiale intorno al 40 per cento. Il dato è simile in tutte le aree considerate esclusa l’Asia. Se invece si accettano i limiti più restrittivi proposti dall’IDF (94 e 80 centimetri, rispettivamente per maschi e femmine) la prevalenza dell’obesità addominale balza su scala mondiale al 65 per cento, sempre escludendo l’Asia, in cui si raggiunge comunque il 40 per cento.

Dall’obesità addominale al rischio cardiometabolico

L’obesità addominale e il conseguente eccesso di grasso viscerale vengono attualmente associati allo sviluppo di fattori di rischio cardiovascolare, sia per il rapporto tra questa condizione e lo sviluppo di diabete di tipo 2 sia perché l’eccesso di grasso viscerale può, attraverso diversi meccanismi, influire su altri fattori di rischio per cuore e vasi. A ulteriore prova di questa osservazione, diverse osservazioni epidemiologiche confermano come la prevalenza dell’obesità addominale sia maggiore nei pazienti che hanno presentato un evento cardiovascolare rispetto alla popolazione di confronto di peso normale.

Secondo lo studio Interheart, un’elevata circonferenza addominale al momento dell’evento coronarico maggiore (infarto miocardico acuto o sindrome coronarica acuta) è presente su scala internazionale nel 46,5 per cento dei maschi e nel 45,6 per cento delle donne. In base ai risultati di questa indagine, la presenza di obesità addominale aumenta di oltre il doppio il rischio di infarto miocardico acuto nella popolazione in esame rispetto a quella di controllo e l’obesità addominale da sola è responsabile di quasi un infarto su cinque in entrambi i sessi. La ricerca ha preso in esame quasi 30mila persone di entrambi i sessi in 52 paesi. 15.152 soggetti rappresentavano i casi, cioè individui che avevano già avuto un infarto, e 14.820 persone di pari età rappresentavano la popolazione di controllo. Lo studio consente di definire un quadro preciso sul ruolo dei diversi fattori di rischio cardiovascolare, come il fumo, un elevato rapporto tra apo-B e apo-1, ipertensione arteriosa, diabete, fattori psicosociali, consumo di alcol e assunzione regolare di vegetali nel favorire o ridurre il rischio di infarto miocardico.

Inoltre il rapporto diretto tra aumento della circonferenza addominale e rischio di eventi coronarici acuti emerge ancor più direttamente dal Kuopio Ischemic Heart Disease Risk Factor Study. L’indagine dimostra chiaramente con la percentuale di eventi coronarici acuti salga in diretto rapporto con l’aumento della circonferenza addominale, e come il rischio conseguente risulti indipendente dalla presenza di altri fattori di rischio.

Da non sottovalutare, infine, la situazione nel sesso femminile: in base ai risultati dello studio EuroAspire II, l’elevata circonferenza addominale al momento dell’evento coronarico è presente sempre in poco meno di un uomo su due, ma la percentuale sale al 69,5 per cento nelle donne.

Obesità, i rischi di un’emergenza globale


Studi condotti su ampie popolazioni dimostrano che l’incremento ponderale si associa con il rischio di andare incontro ad alcuni tumori, come quello del colon e della mammella, facilita l’insorgenza del diabete e dell’osteoporosi e, soprattutto, porta a un maggior pericolo di andare incontro a malattie cardiovascolari, perché l’aumento del peso corporeo favorisce variazioni nei valori del colesterolo e dei lipidi nel sangue, con conseguente incremento del rischio aterosclerotico. Basti pensare che chi pesa il 20 per cento più del proprio peso ideale aumenta del 25 per cento il rischio di morire di infarto e del 10 per cento quello di morire di ictus rispetto alla popolazione normopeso. Ma se il peso supera del 40 per cento quello consigliato, il rischio di morire per qualsiasi motivo sale di oltre il 50 per cento, aumenta del 75 per cento il rischio di morire per ictus e del 70 per cento quello di morire per infarto. Non solo: in queste condizioni, la mortalità per diabete cresce del 400 per cento.

Federico Mereta
giornalista

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