Alimentazione, attività fisica e sindrome metabolica (parte II) 

Alcol a dosi moderate: è ormai ben documentato che il consumo di alcol in dosi moderate riduce la probabilità di sviluppare nel tempo patologie aterosclerotiche.

I dati scientifici attualmente disponibili concordano infatti nell’indicare che il consumo di una quantità giornaliera di alcol compresa tra 30-40 grammi per l’uomo (equivalente a 2-3 drink) e 20-30 grammi per la donna (1-2 drink) consente di ridurre di circa un terzo le probabilità di infarto miocardico, ictus celebrale e arteriopatia obliterante degli arti inferiori. Agli effetti pratici, un drink equivale a un bicchiere standard di vino, a una lattina di birra o a un bicchierino di superalcolico. Il consumo di bevande alcoliche nelle quantità indicate si associa a un aumento del colesterolo HDL (frazione antiaterogena) e induce al tempo stesso una modificazione favorevole del rischio di trombosi, diminuendo il tasso di fibrinogeno circolante e potenziando alcuni meccanismi della fibrinolisi.

Dati recenti suggeriscono anche che, sempre alle dosi indicate, un moderato consumo di alcol possa ridurre la concentrazione di proteina C-reattiva (PCR). Molti di questi effetti sono positivi anche per il paziente affetto da sindrome metabolica, nel quale si possono rilevare un miglioramento della risposta all’insulina e una notevole riduzione del rischio di sviluppare il diabete (meno 50 per cento per il consumo di un drink al giorno). Ulteriori studi associano inoltre il moderato consumo di alcol a una riduzione dell’indice di massa corporea (BMI) e alla tendenza all’aumento del peso specifico con il crescere dell’età, due aspetti rilevanti per il paziente affetto da sindrome metabolica. Dalla III Survey del National Health And Nutrition Examination Survey (NHANES) è emerso che il consumo di alcolici in quantità moderata (sia nella fascia 0-19 sia ≥20 drink mensili) si associa a una riduzione significativa della probabilità di vedersi diagnosticare una sindrome metabolica.

Resta ancora oggetto di vivace discussione nella comunità scientifica il ruolo alimentare specifico del vino. Si ritiene infatti che il vino, rispetto ad altre bevande alcoliche, possa essere efficace nella prevenzione dell’aterosclerosi. I risultati in proposito sono però contraddittori. Secondo alcuni studi epidemiologici (come lo studio di Copenhagen), il consumo di vino sembra infatti correlarsi in maniera più favorevole dei liquori o della birra al rischio cardiovascolare; in molti altri studi, invece, è l’apporto di alcol per se, qualunque ne sia la fonte, ad associarsi a una riduzione del rischio stesso.

Interventi dietetici integrati

Un ulteriore e recente studio italiano su 90 pazienti con sindrome metabolica ha dimostrato come la dieta mediterranea abbia un effetto estremamente positivo, nel lungo periodo, su molti parametri della sindrome. Gli autori di questo studio, in particolare, hanno rilevato una diminuzione del peso corporeo, una minore resistenza insulinica, minori livelli plasmatici di PCR e di interleuchina 6 (IL-6). L’intervento si è dimostrato molto efficace, dando luogo anche alla scomparsa della sindrome metabolica in oltre il 50 per cento dei soggetti. I risultati di questo studio confermano quindi come l’adozione di uno stile alimentare salubre possa influenzare in modo rilevante il decorso della sindrome metabolica.

Attività fisica e prevenzione cardiovascolare

Numerose osservazioni di carattere epidemiologico indicano che i soggetti che svolgono una regolare attività fisica hanno un’incidenza ridotta di eventi cardiovascolari fatali e non fatali, e in generale di morte per qualunque causa, rispetto ai soggetti sedentari. Nello studio degli Harvard Alumni, per esempio, 12.516 studenti la cui attività fisica era stata quantificata nel 1977 sono stati seguiti per circa 16 anni per valutare la successiva incidenza di mortalità cardiovascolare. I soggetti che negli anni del College praticavano più attività fisica beneficiarono, nel tempo, di una ridotta mortalità cardiovascolare. La differenza tra i soggetti con differenti livelli di attività fisica era molto ampia: 20 per cento circa, all’analisi multivariata, tra i soggetti ad attività fisica settimanale elevata (più di 12.600 kjoule) e quelli con attività ridotta o assente (meno di 2.100 kjoule).

Recenti dati hanno confermato l’apporto benefico dell’attività fisica anche per la prevenzione dell’ictus. Uno studio condotto su oltre 80mila infermiere statunitensi (Nurses’ Health Study) ha dimostrato che le donne che praticavano attività fisica con maggiore frequenza erano molto meno soggette a eventi cardiovascolari rispetto alle colleghe meno attive. Persino la velocità del passo di marcia è in grado, secondo questo studio, di predire in modo efficace il rischio di ictus. Le donne che dichiaravano di camminare abitualmente a passo lento (<3 km/ora) avevano infatti un rischio di eventi cerebrovascolari di qualunque natura (emorragici, ischemici e totali) superiore del 25 per cento rispetto alle donne che dichiaravano di camminare a passo medio (3-4,5 km/ora); queste ultime, per parte loro, avevano un rischio degli stessi eventi superiore del 50 per cento circa rispetto alle donne che dichiaravano di camminare abitualmente a passo spedito (>4,5 km/ora).

Non è stata invece ancora comprovata l’effettiva efficacia dell’attività fisica nei soggetti con sindrome metabolica a causa di scarsi studi sull’argomento. Nello studio Attica, condotto in Grecia, il livello di attività fisica si è rilevato inversamente correlato al rischio di sviluppare la sindrome. Tra i soggetti affetti dalla sindrome, inoltre, quelli fisicamente attivi mostravano valori di PCR, conta dei globuli bianchi e del TNF-α inferiori del 15-30 per cento rispetto ai soggetti sempre affetti dalla sindrome ma sedentari. I meccanismi biologici attraverso i quali un’attività fisica regolare è in grado di influenzare l’incidenza di malattie cardiovascolari, quindi la mortalità, sono noti in parte. Molti di questi meccanismi sono di specifico interesse nel paziente con sindrome metabolica, in quanto tendono ad attenuare alterazioni biochimiche o funzionali correlate allo status patologico.

L’attività fisica, innanzitutto, si associa a un rilevante aumento della colesterolemia HDL. Tale aumento, compreso in genere tra il 20 e il 30 per cento, ha una riconosciuta importanza preventiva. La trigliceridemia tende a scendere, come il peso corporeo. Anche gli indicatori di infiammazione, come si ricordava, tendono a modificarsi in modo favorevole. Benché le informazioni disponibili siano quindi numerose e concordanti, il livello medio di attività fisica nei paesi industrializzati è però in declino, specie in età adolescenziale e giovanile, anche per un eccessivo consumo della televisione. E’ quindi assolutamente necessario un significativo incremento dell’attività fisica in adolescenti e giovani quale elemento di prevenzione delle patologie sopra citate.

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