Uno stretto controllo della glicemia può migliorare la prognosi dopo un infarto acuto del miocardio (IMA)?
...Se lo sono chiesti i ricercatori di 40 centri americani che hanno recentemente pubblicato le loro esperienze sugli Archives of Internal Medicine (1). Le linee guida delle società americane di cardiologia (2,3) raccomandano uno stretto controllo glicemico in pazienti con IMA, ma ci sono risultati discordanti derivanti da esperienze cliniche “sul campo”, come sottolineato da una recente “posizione scientifica” dell’American Heart Association su iperglicemia e sindrome coronarica acuta (4): non è stabilito in modo inequivocabile se la normalizzazione della glicemia migliori la prognosi di pazienti con IMA, né quale livello glicemico sia associato alla minor mortalità; rimane da comprendere se la terapia insulinica apporti miglioramenti oltre alla sua capacità di ridurre la glicemia e se vi siano implicazioni prognostiche dalla normalizzazione della glicemia ottenuta da trattamento non insulinico. Per cercare una risposta a tali quesiti sono stati studiati 7820 soggetti con iperglicemia (>140mg%) ricoverati per IMA in 40 ospedali statunitensi, stratificandoli per livello di glicemia e per trattamento ricevuto (insulina; no insulina). Dopo gli opportuni aggiustamenti statistici si è osservato che il minor livello medio di glicemia post-ricovero era associato ad una prognosi migliore (glicemie medie post-ricovero da 110 a <140, da 140 a <170, da 170 a <200 e glicemie >200 mg/dL mostravano Odds Ratios di 2.1, 5.3, 6.9 e 13.0 rispettivamente verso glicemie <110 mg/dL) (Fig. 1). La stessa figura ci dice che risultati simili furono osservati in pazienti che ricevevano o no terapia insulinica (P=0.74).

Fig. 1: Odds Ratio di mortalità (corretti) tra i livelli di glicemia post-ricovero
Anche i tassi di mortalità risultarono simili tra gli insulino-trattati e i pazienti non trattati con insulina valutando le glicemie medie post-ricovero ( P variabile da 0.15 a 0.91) (Fig. 2).

Fig. 2: Comparazione della mortalità tra gli insulino-trattati e i non-insulino-trattati
La Fig. 3 mostra la correlazione (ottenuta considerando l’intera coorte di pazienti sottoposti a studio) tra il livello di glicemia post-ricovero e mortalità intra-ospedaliera (con l’intervallo di confidenza del 95%).

Fig. 3: Glicemia post-ricovero e mortalità intra-ospedaliera nell’intero gruppo di pazienti
dopo aggiustamento statistico multivariabile (intervallo di confidenza del 95%)
Gli Autori concludono quindi affermando che la normalizzazione della glicemia dopo un ricovero per IMA migliora la sopravvivenza, indipendentemente dal trattamento ipoglicemizzante effettuato (con o senza insulina), pur ammettendo la necessità di sviluppare studi specifici di tipo randomizzato controllato per confermare tali riscontri. Infatti, il limite di questo lavoro è proprio la raccolta “a posteriori” dei dati. Considerevole, comunque, la percentuale di diabetici (circa 50%); il 39% dei soggetti studiati (n=3049) fu trattato con insulina, considerando però come “trattamento insulinico” qualsiasi tipo di terapia insulinica somministrato al paziente in modo “non randomizzato”, indipendentemente dalla durata del trattamento e dalla via terapeutica utilizzata (infusione endovenosa, terapia sottocutanea di insuline ad azione rapida o ad azione prolungata). Le glicemie risultarono più elevate (all’ingresso) per gli insulino-trattati (rispetto a coloro non trattati con insulina) con glicemia media all’ingresso di 280 vs. 202mg/dL (P<0.001). E’ pur vero che gli insulino-trattati ottennero una maggior riduzione della glicemia (−98 vs −60 mg/dL, rispettivamente, con P<0.001), ma il loro livello di glicemia post-ricovero rimase mediamente più alto rispetto a coloro non trattati con insulina (181 vs 143 mg/dL, rispettivamente, con P<0.001), così come elevate risultarono le loro glicemie al termine del periodo di ricovero (165 vs 135 mg/dL, rispettivamente, con P<0.001). Le informazioni che offre questo studio, però, supportano la convinzione che un miglior controllo della glicemia possa migliorare la prognosi dei pazienti ricoverati per IMA, indicando che un livello glicemico tra 80 e 130mg/dL potrebbe essere considerato un obiettivo terapeutico ragionevole, indipendentemente da come tale risultato può essere ottenuto. Gli Autori ritengono, infatti, che sia il livello di glicemia “per se” più che la terapia insulinica, il predittore prognostico migliore in pazienti ricoverati per IMA. Pur con le ovvie diversità “strategiche”, ciò è di conforto per i diabetologi, dopo la recente pubblicazione di studi (ACCORD, ADVANCE) in cui trattamenti ipoglicemizzanti intensivi in diabetici tipo 2 non erano riusciti ad ottenere riduzione degli eventi macrovascolari (5,6) Data la natura “retrospettiva” dell’attuale osservazione, peraltro, alcuni fattori confondenti residui non possono essere esclusi; per esempio non c’è stata una stratificazione per alcune variabili, come la frazione di eiezione ventricolare o lo slivellamento del segmento ST. Inoltre non si può stabilire una connessione causale tra la normalizzazione della glicemia e il miglioramento della prognosi, intendendo affermare, con ciò, che la riduzione della glicemia possa essere un “marker” di miglioramento piuttosto che un mediatore prognostico favorevole, indipendentemente dal trattamento insulinico effettuato. Infine il limitato periodo di follow-up non permette di valutare una prognosi a lungo termine.
Antonio C. Bossi
Direttore
U.O. Malattie Metaboliche e Diabetologia
A.O. “Ospedale Treviglio-Caravaggio”
Bibliografia