Il futuro dei profili nutrizionali 

Le malattie degenerative dovute, almeno in parte, a squilibri nutrizionali (obesità, diabete e malattie cardiovascolari) hanno ormai sostituito, nei Paesi a elevato sviluppo socioeconomico,

le malattie causate da una nutrizione insufficiente o inadeguata. In questo scenario, e alla luce della limitata conoscenza dei temi nutrizionali da parte del grande pubblico, molti Governi hanno iniziato a considerare l’opportunità di promuovere, attraverso adeguati strumenti normativi, lo sviluppo di sistemi di informazione che permettano al consumatore di effettuare scelte informate nell’acquisto degli alimenti e nella loro combinazione, con l’obiettivo di facilitare la prevenzione delle malattie prima ricordate.

E’ quindi in corso di svolgimento, a livello di Unione Europea, un ampio dibattito per mettere a punto un metodo che valuti il profilo nutrizionale degli alimenti. A queste direttive dovranno aderire tutti i preparati alimentari che contengano claim nutrizionali o salutistici, in base all’articolo 4 del Regolamento n. 1924/2006 della Comunità Europea. Il processo coinvolge un gran numero di attori, dalle autorità regolatorie alle agenzie di valutazione del rischio, dalle industrie ai consumatori. Esistono a oggi una quarantina di metodologie, proposte da varie istituzioni e organismi, per valutare il profilo nutrizionale degli alimenti.

I governi dell’Unione Europea vorrebbero collegare queste informazioni con le procedure di definizione dell’etichettatura e della pubblicità dei prodotti alimentari, anche con l’obiettivo di limitare l’uso di claim nutrizionali negli alimenti con caratteristiche nutrizionali generali (il cosiddetto “profilo nutrizionale”) in realtà non del tutto favorevoli alla salute. Il concetto di “profilo nutrizionale”, in realtà, non è di facile definizione. Il processo di valutazione degli alimenti, e quindi di definizione dei profili stessi, deve infatti tenere conto da un lato dei dati scientifici disponibili per stabilire gli effetti sulla salute dei componenti degli alimenti, ma dall’altro anche dell’esigenza che le informazioni stesse siano fornite in modo comprensibile al consumatore, che del sistema informativo previsto è il fruitore finale.

Attualmente sembrano confrontarsi, a livello Comunitario, due diversi approcci su questo tema. Un primo approccio fa prevalere l’esigenza di comunicare in modo chiaro anche agli strati sociali meno favoriti sul piano culturale, e prevede quindi l’uso di pittogrammi di grande semplicità (come il semaforo) per classificare i singoli alimenti, sulla base della loro composizione e di alcuni “paletti” (gli alimenti con tenore in grassi o di zuccheri semplici al di sopra di un certo limite, per esempio, avrebbero un “semaforo rosso”). In alternativa, un secondo approccio tiene conto anche del contesto nel quale gli alimenti vengono consumati, delle loro associazioni e della composizione totale dei pasti.

Il secondo approccio, per quanto certamente più complesso, sembra il più scientificamente appropriato (non esistono, in realtà, “alimenti buoni” o “alimenti cattivi”: sono le loro quantità di consumo, e le loro combinazioni, a rendere la dieta in toto favorevole o sfavorevole sul piano salutistico). Anche in Italia ci si è mossi in questo campo, e un pool di esperti ha messo a punto un metodo per valutare il profilo nutrizionale degli alimenti, che si possa integrare con quelli già esistenti nell’Unione Europea. I prossimi mesi saranno decisivi: l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), su richiesta del Governo comunitario, dovrà elaborare entro il 2008 una valutazione critica degli strumenti utilizzabili.

Andrea Poli
Fondazione Italiana per il Cuore
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