Il diabete si combatte di corsa: of course... 

Epidemia diabete, anche per i costi a carico del Servizio sanitario nazionale. Basta leggere i risultati di uno studio dell’Università di Perugia...

...coordinato dall’endocrinologo Pierpaolo De Feo della Società italiana di Diabetologia (SID), che ha determinato l’effetto dell’attività fisica e del dispendio energetico sulla terapia e sui costi socio-sanitari del diabete di tipo 2. La ricerca è stata effettuata su 179 pazienti diabetici di tipo 2, seguiti per due anni e suddivisi in sei gruppi uguali per età, sesso, durata del diabete ed elementi della sindrome metabolica, ma differenti per spesa energetica, espressa in METs-ora (unità di misura dell’esercizio fisico ottenuta moltiplicando l’intensità per la durata).



Dopo due anni il gruppo sedentario non ha avuto benefici in termini di pressione arteriosa, circonferenza addominale e glicemia, mentre la relativa spesa farmaceutica annua pro capite è aumentata di 558 euro. Il gruppo che aveva svolto un’attività lieve ha ottenuto solo di ridurre il ricorso ai farmaci. Gli altri quattro gruppi (caratterizzati da un dispendio energetico medio-alto, grazie ad attività come marcia veloce, bicicletta, danza latino-americana, ginnastica aerobica, nuoto, vogatore, simulatore di sci da fondo) hanno migliorato sensibilmente i propri parametri e ridotto in modo significativo la spesa sanitaria.


Dopo due anni i gruppi 0 e 1-10 non avevano subito variazioni dei suddetti parametri, mentre negli altri gruppi a dispendio energetico via via crescente, si assisteva ad una riduzione significativa (p<0,05) di HbA1c, valori pressori, colesterolemia totale, trigliceridemia e rischio coronario a 10 anni. Nei gruppi 21-30, 31-40 e > 40 si verificava anche una riduzione di peso, circonferenza vita, frequenza cardiaca, glicemia basale, colesterolemia LDL e un incremento della colesterolemia HDL (p<0,05).

Più in generale, lo studio ha dimostrato che camminare ogni giorno per 4-5 chilometri o andare regolarmente in bicicletta riduce la pressione arteriosa di 10 mmHg, il giro vita di 4,5 cm, il peso corporeo di 3 kg, la glicemia del 20 per cento e la colesterolemia del 30 per cento. Di conseguenza si riducono il rischio d’infarto del 15 per cento e il rischio coronarico a dieci anni del 2,2 per cento. Non solo: con l’esercizio fisico regolare si riducono di 550 euro il costo annuo per farmaci, di 700 euro il costo per esami, visite ed eventuali ricoveri e di 110 euro i costi sociali indiretti (giornate lavorative perse). Il risparmio sui costi totali può arrivare così fino a 2.000 euro annui per paziente.


Dopo 2 anni, la spesa pro capite annua per farmaci aumentava (p<0,001) di 393 euro in G 0, non mostrava differenze significative in G 1-10 (206 euro, p=0,068), diminuiva in G 11-20 (-196 euro, p=0,014), in G 21-30 (-593 euro, p<0,0001), G 31-40 (-660 euro, p<0,0001) e G>40 (-579 euro, p<0,0001). Il risparmio sui costi è risultato significativamente correlato (p<0,0001) all'incremento del dispendio energetico. I METs-ora/sett. sono risultati inversamente correlati ai costi per farmaci prescritti (r-0,51, -18 euro) e per altre spese sanitarie (r-0,33, -23 euro), ai costi sociali indiretti (r-0,40, -36 euro) e ai costi totali (r-0,60, -66 euro) e positivamente correlati ai costi sociali diretti (r=0,44, 13 euro). È stato stimato che, in due anni, camminare 5 km al giorno riduce i costi per farmaci di 550 euro, i costi per altre spese sanitarie di 700 euro, i costi sociali indiretti di 110 euro, i costi totali di 2.000 euro, con un incremento dei costi sociali diretti di 400 euro.

Sulla base di questa e molte altre rilevazioni scientifiche, l’American Diabetes Association (ADA) ha recentemente messo a punto le raccomandazioni per chi soffre di diabete di tipo 2, realizzate in accordo con l’American College Of Sports Medicine e pubblicate su Diabetes Care. In estrema sintesi, ai diabetici si consigliano le attività aerobiche di resistenza, come corsa lenta, nuoto o semplicemente lunghe passeggiate, sempre associate alle indicazioni dietetiche per controllare il peso corporeo. Questa semplice misura, studiata con il medico per evitare un eccessivo impegno fisico, può infatti tamponare gli effetti di un pericoloso ma inevitabile meccanismo legato all’età, in grado di favorire l’insorgenza della patologia. Più si invecchia, più la massa muscolare tende a ridursi e il muscolo, oltre a essere meno efficace nella contrazione, consuma meno energia anche a riposo. L’aumento dell’infiltrazione adiposa nei fasci muscolari squilibra anche l’insulina, la cui attività diventa sempre meno efficace, fino all’insulino-resistenza. Questa condizione nel tempo, stimola il pancreas a produrre una sempre maggiore quantità di insulina – peraltro sempre meno efficace perché il tessuto muscolare la impiega male – e apre la strada al diabete.

L’ADA insiste molto sul fatto che l’esercizio fisico regolare può interrompere questa catena negativa, ma non basta: le ricerche più recenti dimostrano che l’attività regolare, oltre a far diminuire progressivamente il metabolismo a riposo, influenza anche la produzione di calore provocata dagli alimenti. Questo fenomeno è mediato da specifici segnali ormonali; in particolare, l’attività fisica regolare agisce direttamente sulla corticotropina (CRF), che induce una riduzione delle calorie introdotte e un aumento del consumo di energia, al contrario del neuropeptide Y, che ha un’attività diametralmente opposta. Con l’esercizio fisico si favorisce la sintesi di CRF e si consumano più calorie, con evidente vantaggio metabolico. Confermano queste osservazioni le Clinical Guidelines on The Identification, Evaluation and Treatment of Overweight and Obesity in Adults dei National Institutes of Health (NIH) di Bethesda, che ricordano come l’aumento dell’attività fisica, solo o associato a un trattamento dietetico, consenta di creare un deficit nel bilancio calorico e quindi di favorire il calo di peso. Per questo, secondo gli esperti dei NIH, l’attività fisica regolare rappresenta un fattore protettivo dalle malattie cardiovascolari e dal diabete, sia in termini di morbilità sia di mortalità. In particolare, agisce abbassando la pressione arteriosa e i trigliceridi, aumenta il colesterolo HDL e migliora la tolleranza al glucosio, indipendentemente dalla perdita di chili.

A favore di una vita più attiva si schiera anche l’International Diabetes Federation (IDF), che nelle sue Linee guida più recenti, redatte sulla base dei maggiori studi sulla patologia, segnala che l’esercizio fisico regolare è in grado da solo di far calare significativamente nei diabetici i valori di emoglobina glicosilata (indicatore fedele del controllo glicemico nel tempo). Non solo: oltre l’attività aerobica, anche gli esercizi a prevalente componente anaerobica – come l'atletica pesante – se praticati regolarmente nel tempo, sono in grado di influire positivamente sulla morbilità e sulla mortalità del diabetico.

La sintesi di tutte queste osservazioni è semplice: muoversi diventa l’arma fondamentale per contrastare l’avanzata del diabete di tipo 2, che già oggi interessa almeno cinque italiani su cento. E soprattutto compare sempre prima, perdendo l’attributo di “senile” che lo legava alla terza età. «La rapida crescita dell’incidenza di obesità e diabete di tipo 2 è legata a doppio filo agli stili di vita» è il messaggio che proviene dal recente congresso della Società italiana di Diabetologia che si è tenuto a Milano. «Sono la cattiva alimentazione, troppo ricca di zuccheri e grassi, ma soprattutto la scarsa attività fisica e la pigrizia la ragione di tutto. Ci si muove sempre meno, il lavoro è sempre più sedentario, si prende l’auto anche per andare a comprare il giornale. E queste cattive abitudini coinvolgono anche i più piccoli. Le prove vengono dai numeri. Oggi il 58 per cento dei diabetici tipo 2 ha più di 65 anni, ma ben il 37 per cento è tra i 45 e i 65 anni e addirittura cinque malati su cento sono under 35. Considerando che dopo 15-20 anni dall’esordio del diabete possono comparire gravi complicazioni a carico dell’apparato cardiovascolare, dell’occhio e del rene, c’è il concreto pericolo che in futuro l’infarto miocardico e l’ictus cerebrale si presentino in persone sempre più giovani».

Se il movimento è fondamentale, sul fronte dell’alimentazione gli esperti non pongono più rigide barriere al consumo di carboidrati, combattendo invece l’eccesso di lipidi. Sono le indicazioni della nuova piramide messa a punto negli Usa, che vede tra i principi nutritivi off limit proprio i grassi. Il consiglio che arriva dalla prestigiosa associazione scientifica americana è quello di limitare i grassi, controllare le proteine, consumare molta frutta e verdura e non rinunciare occasionalmente alla fetta di torta o al bicchiere di vino. A dare la spallata scientifica agli antichi teoremi diverse ricerche, che hanno dimostrato come il principio fondamentale da rispettare è la somma dei carboidrati assunti, non la loro origine specifica. Cala insomma l’importanza dell’indice glicemico, per cui pasta e dolci non sono più imputati di provocare impennate nei valori della glicemia che l’organismo fatica a compensare rispetto ad altri carboidrati, aumentando quindi i rischi per il diabetico. Perché se è vero che la spinta alla glicemia indotta da questi cibi è maggiore, è altrettanto innegabile che gli studi condotti su ampie popolazione non hanno dimostrato alcun vantaggio delle diete con alimenti a ridotto indice glicemico rispetto alle altre.

Non solo: le indicazioni dell’ADA bocciano l’eccesso di proteine in sostituzione dei carboidrati. Alla lunga l’eccesso di proteine della carne, delle uova e dei formaggi non risulta utile per l’organismo del diabetico, ma anzi può affaticare i reni. In ogni caso non più del 20 per cento delle calorie totali deve venire dalle proteine, mentre per il condimento va privilegiato l’olio d’oliva. Infine, una conferma: a patto che l’alcol venga conteggiato nel bilancio calorico, nulla osta al bicchiere di vino a pranzo e cena per lui, mentre la donna deve limitarsi a un unico drink al giorno.

L’attività fisica fa la differenza

Se la dieta da sola non basta a tenere sotto controllo il diabete, l’attività fisica può fare la differenza: lo dimostra una ricerca originale, presentata al recente congresso dell’American Academy of Neurology. Lo studio, condotto all’Università dello Utah, ha infatti dimostrato che un intelligente e regolare movimento può favorire la rigenerazione dei nervi danneggiati dalle prime avvisaglie del diabete. Nelle persone con intolleranza al glucosio, 2,5 ore settimanali di esercizio fisico moderato– come jogging o nuoto – affiancate a un po’ di attenzione alimentare possono infatti ridurre il peso corporeo del 7 per cento, sufficiente a ottenere questo risultato sui filamenti nervosi. Questo significativo risultato nelle fasi precoci della neuropatia diabetica (che non può essere arrestata quando la malattia ha già danneggiato i nervi) è stato osservato in 32 soggetti con intolleranza glicemica misurando loro la densità dei nervi nelle gambe. Dopo un mese di trattamento a base di attenzioni dietetiche e attività fisica quotidiana, i filamenti nervosi diventano più densi e quindi migliori conduttori dei segnali rispetto a quanto rilevato nella popolazione di controllo. Senza il minimo bisogno di ricorrere ai farmaci.

Federico Mereta
giornalista

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