Di lavoro non si muore, ma sicuramente si rischia di ammalarsi, con segni e sintomi fisici che non danno adito a dubbi, come ipertensione arteriosa...
...tachicardia e disturbi all’apparato digerente. Perché lo stress non è solo psicologico e soprattutto, se assume i caratteri della cronicità, può davvero porre le basi per possibili malattie future. Lo prova una ricerca made in Italy condotta su 91 impiegati della filiale milanese della grande multinazionale della chimica DuPont. Lo studio, cui la rivista Hypertension ha dedicato un editoriale e che è stato oggetto di una lettera, è stato interamente condotto all’interno dell’azienda in corso di ristrutturazione. Una fase sempre alquanto complessa, in cui le persone temono per il proprio lavoro e comunque sono tese per un possibile mutamento delle mansioni.
«La ristrutturazione rappresenta sicuramente un elemento di grande impatto su chi lavora perché associa diverse condizioni in grado di indurre stress» osserva Daniela Lucini, autrice della ricerca, che lavora presso il Centro di ricerca sulla Terapia neurovegetativa dell’Ospedale Sacco di Milano. «Si sommano infatti tre situazioni estremamente pesanti, che concorrono a scaricare i loro effetti sul sistema nervoso: la paura di perdere il lavoro, l’impossibilità di controllare quando avviene perché viene deciso da altri, il rischio che si modifichi la condizione operativa quotidiana. Il nostro studio ha considerato un centinaio di dipendenti di questa grande azienda, che sono stati seguiti e studiati direttamente in ufficio. Abbiamo così potuto dimostrare che lo stress non è solo una reazione psicologica, ma può essere valutato e misurato anche in termini clinici e diagnostici ben definiti. Ma soprattutto che questa condizione può essere trattata nel tempo, direttamente sul posto di lavoro».
L’indagine ha preso in esame un centinaio di dipendenti, del tutto sani, che hanno partecipato volontariamente allo studio. I risultati dell’analisi sono stati confrontati con quelli ottenuti in una popolazione di controllo, composta anch’essa da persone del tutto sane ma senza la tensione indotta dalla “spada di Damocle” della ristrutturazione aziendale. I risultati dimostrano chiaramente che nella popolazione sottoposta a stress lavorativo, oltre a uno stato di sofferenza psicologica, si produce un incremento medio della pressione arteriosa, che raggiunge valori classificati come “preipertensione”. E soprattutto si presentano spesso i sintomi legati all’attivazione cronica del sistema nervoso autonomo, come tachicardia, tachipnea e disturbi digestivi.
Proprio le manifestazioni cardiache rappresentano un valido parametro di misurazione dello stress, e lo studio dell’elettrocardiogramma (ECG) dinamico per cinque minuti nei lavoratori e nella popolazione di controllo ha offerto risultati molto interessanti. «Questo test, studiando l’intervallo RR all’ECG, misura la variabilità di durata del ciclo cardiaco» prosegue Lucini. «Dato che la frequenza cardiaca non è regolare ma variabile, uno studio protratto per cinque minuti può dare informazioni importanti su come il sistema nervoso autonomo, che condiziona molti sintomi dello stress, controlla la frequenza cardiaca». Il test – base della valutazione neurovegetativa – non è invasivo, è ripetibile ed è impiegato spesso in medicina in tutte le circostanze in cui può essere utile indagare il funzionamento del sistema nervoso autonomo, come in caso di ipertensione (ma anche ipotensione) arteriosa, dopo un infarto miocardico e nel diabete. Esistono poi altri sistemi di misurazione dello stress, che si effettuano soprattutto nei centri di ricerca specializzati, come il dosaggio di ormoni (per esempio il cortisolo) la cui produzione aumenta in condizioni di stress.
Di certo c’è che lo studio milanese (e molte altre indagini) segnalano la crescita di questo fenomeno, anche in Italia. Secondo una recente indagine dell’European Foundation for the Improvement of Living Conditions, quasi il 28 per cento dei lavoratori dell’Unione Europea accusa segni e sintomi di stress da lavoro. Gli italiani, dopo i greci, sono quelli che denunciano un maggior disagio, stando almeno alle affermazioni di quanti – e sono il 41 per cento – dichiarano di avere problemi di stress da lavoro.
Non solo: altre ricerche fanno ipotizzare un rapporto stretto tra questa condizione e vere e proprie malattie. L’ultima segnalazione giunge da uno studio condotto in Israele su 677 lavoratori di mezza età e pubblicato da Psychosomatic Medicine. L’eccessivo stress professionale potrebbe addirittura aumentare il pericolo di ammalarsi di diabete. Dei 677 lavoratori osservati, 17 hanno sviluppato diabete di tipo 2 durante il periodo di controllo. I ricercatori hanno scoperto che i lavoratori che si sentivano esauriti dal lavoro avevano un rischio quasi doppio di sviluppare il diabete di tipo 2, anche tenendo conto di variabili come età, obesità e attività fisica, che potrebbero contribuire all’insorgenza della malattia. «Lo stress da lavoro è cronico e comporta un maggior rischio di diabete, così come altri fattori di rischio quali l’alto indice di massa corporea, il fumo e l’inattività fisica» precisa l’epidemiologo Samuel Melamed, dell’Università di Tel Aviv, coordinatore dello studio. «Ma non solo: in un sottogruppo di lavoratori per i quali avevamo a disposizione i dati relativi alla pressione arteriosa, abbiamo notato che i lavoratori stressati e ipertesi presentano un rischio quattro volte maggiore di sviluppare diabete di tipo 2».
Insomma, lo stress fa paura, ma bisogna operare qualche distinzione. Non spaventa la circostanza acuta, legata per esempio a un test professionale o a un colloquio importante, quanto piuttosto la situazione cronica, che si riflette sull’organismo. Quando il carico di lavoro – e il relativo carico di tensione – diventano eccessivi, quando i problemi superano la capacità di gestirli, quando la motivazione manca o quando non si riesce più ad avere il pieno controllo della situazione, possono iniziare i problemi. «Lo stress “negativo” nasce quando esiste uno squilibrio tra richieste e le risorse» precisa Massimo Pagani, direttore della cattedra di Medicina interna dell’Università di Milano all’ospedale Sacco. «Condizioni emotive come la paura di perdere il posto o il timore di profondi mutamenti professionali possono tradursi in sintomi fisici o in malattia vera e propria».
Per capire come ciò possa avvenire, si può pensare a una situazione acuta, come una riunione in cui si decide il futuro della propria funzione in azienda. In casi come questo sono esperienza comune l’aumento della frequenza e dell’intensità della contrazione cardiaca, la tachipnea, la perdita dell’appetito, l’agitazione e l’amnesia transitoria. Tutti questi segni e sintomi sono fisiologici, trattandosi di normali risposte dell’organismo. In seguito a un vissuto emotivo, causato per esempio dalla coscienza di una situazione difficile o pericolosa, alcune parti del cervello inviano infatti impulsi nervosi ai nuclei del sistema nervoso autonomo e all’ipotalamo, che a loro volta emettono impulsi diretti agli organi periferici, facilitandone l’azione, e stimolano l’increzione di particolari ormoni, come il cortisolo o le catecolamine. Risultato: il cuore accelera e lo stomaco si stringe. Finita la riunione, però, rientra nella norma. «Se invece lo stress si protrae nel tempo, cioè tende a cronicizzare, anche l’attivazione del sistema nervoso autonomo rimane attiva e, di conseguenza, permangono anche segni e sintomi» aggiunge Pagani. «Stanchezza, mal di testa, cuore che batte forte, disturbi gastrointestinali, difficoltà a riposare e dolori muscolari possono diventare presenti anche in momenti di apparente tranquillità e senza che vi sia una malattia che li possa giustificare».
Altri elementi condizionano comunque la risposta soggettiva allo stress cronico: le caratteristiche individuali, il comportamento soggettivo – consapevole o meno – in conseguenza dell’evento stressante, la percezione soggettiva dello stress Predisposizione genetica, sfumature del carattere, eventuali condizioni cliniche preesistenti (come patologie cardiovascolari o diabete) e stili di vita (per esempio, fumo e abuso di alcol) giocano un ruolo chiave nel determinare l’effetto dello stress sull’organismo, cioè sull’eventuale quadro sintomatico o addirittura sull’insorgenza di alcune patologie, come ipertensione o aritmie. Di fondamentale importanza, infine, sono la percezione soggettiva dell’evento stressante, il significato attribuito e il confronto con esperienze passate.
Le speranze di vincere lo stress da lavoro ci sono. Si va da tecniche di rilassamento mentale e muscolare fino a tecniche psicologiche individuali o di gruppo, senza trascurare buone abitudini – come un’attività regolare fisica, il controllo dell’alimentazione e l’addio al fumo – e senza dimenticare l’importanza di un migliore impiego del tempo, dedicando al benessere psicofisico lo spazio che merita. Ma proprio la ricerca condotta al “Sacco” propone come modello estremamente promettente una tecnica di intervento per salvare mente, cuore e rendimento: trasformare la pausa pranzo in una “scuola di benessere”, con un programma specifico fatto di lezioni ad hoc, dieta sana, attività fisica in palestra e addestramento al relax. «Abbiamo sviluppato una serie di interventi sulle persone che liberamente hanno deciso di sottoporsi a questo trattamento» conclude Lucini. «Una volta la settimana sono stati approntati corsi di ginnastica respiratoria attiva sul sistema nervoso autonomo e sono stati effettuati nel tempo alcuni incontri per aiutare le persone fornendo loro strumenti per gestire il cambiamento. Dopo un anno di osservazione sono stati ripetuti i test strumentali e psicologici condotti all’inizio dello studio e, nei dipendenti che avevano seguito questo training, la situazione generale è apparsa migliorata».
Esiste però una “terza via”: per chi la desidera, l’arma segreta antistress potrebbe essere la classica pennichella post-mensa. Chi schiaccia un pisolino pomeridiano correrebbe infatti un rischio inferiore del 34 per cento di morire per disturbi cardiovascolari, e la riduzione arriverebbe fino al 64 per cento nel caso dei maschi in età lavorativa. Lo suggerisce una ricerca condotta all’Università di Atene, che dimostra inoltre come i lavoratori siano quelli che ricavano il massimo vantaggio da questo curioso approccio. Pare insomma che il riposino eserciti i suoi effetti salvacuore proprio svolgendo un ruolo antistress da lavoro. I responsabili delle risorse umane sono avvertiti.
E se fosse burnout?
Cos’hanno in comune medici, infermieri, poliziotti, giudici e insegnanti? A prima vista poco o niente. Ma scavando si vede che tutti questi lavoratori si occupano da altre persone, facendosi spesso carico – con un vero e proprio transfer freudiano – dei loro problemi. Chi lavora in questi settori rischia quindi una nuova, insidiosa patologia, la sindrome da burnout, che a sua volta può manifestarsi con segni e sintomi psicosomatici gravi, quali mal di testa, contratture muscolari, ipertensione arteriosa, stipsi e affaticamento inspiegabile. Le forme più gravi possono comportare addirittura insonnia e depressione, ma non solo: sotto il profilo soggettivo, il burnout si presenta, con tre sintomi predominanti e in successione: fatica, cinismo e inefficienza.
La prima reazione allo stress indotto da esigenze di lavoro o cambiamenti significativi è considerata l’esaurimento. La persona in questo stato sente di avere superato il limite massimo di sopportazione psicofisica, fino a esserne quasi prosciugato, incapace di rilassarsi e ricuperare. Poi è il momento del cinismo, che si può considerare il segnale classico della seconda fase sintomatologica. Quando una persona diventa cinica, assume infatti un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e dei colleghi. La psicologia del lavoro interpreta il cinismo quale reazione difensiva, nel senso che rappresenterebbe il tentativo di proteggere l’ego dall’esaurimento e dalla delusione. Forse l’indice più grave del burnout è però l’inefficienza, perché un individuo che si sente inefficiente prova un crescente senso di inadeguatezza e vive come opprimente qualsiasi progetto, anche atto a migliorare la sua condizione. Col tempo il lavoratore “bruciato” si sente sempre più incapace di realizzare qualcosa di valido e questo lo porta a perdere la fiducia in se stesso, con conseguente calo della fiducia che gli altri ripongono in lui.
Secondo gli esperti, la comparsa della sindrome da burnout è legata probabilmente ai cambiamenti sostanziali avvenuti sia nei luoghi sia nei metodi di lavoro. Oggi il posto di lavoro è infatti sentito freddo, ostile ed esigente, sia sotto l’aspetto economico sia psicologico, la qual cosa sfinisce a livello psicofisico molti lavoratori. Come migliorare la situazione? Prima di tutto occorre dare modo alle persone di sentirsi realizzate nell’ambito della propria attività, evitando per esempio che l’impegno umano della professione – come quella del medico o del poliziotto – non abbia il giusto riconoscimento economico. Questo progetto richiede ovviamente una completa rivisitazione della struttura aziendale, a partire dai rapporti interpersonali. Dal punto di vista pratico, infine, un approccio corretto a questo problema è quello che prevede una sorta di check-up organizzativo, da ripetersi con regolarità nell’arco del tempo. Ma occorre soprattutto che i dipendenti non subiscano il processo, bensì contribuiscano a stabilire cosa verrà valutato e siano parte attiva nel completare il controllo finale. Solo così i risultati ottenuti potranno riflettere veramente il punto di vista di tutti e quindi potranno fornire un quadro accurato dell’intera organizzazione.