Proteina C-reattiva, un parametro da tenere presente 

Recentemente la misurazione della proteina C-reattiva (CRP, dall'inglese C-Reactive Protein) è apparsa di grande importanza...

...nella diagnostica cardiovascolare. Secondo alcuni ricercatori questo indice di infiammazione sarebbe importante quasi quanto la valutazione del colesterolo LDL, come fattore predittivo della evoluzione verso la sindrome coronarica. A sostegno di questa tesi ci sono tra l’altro due ricerche pubblicate recentemente dal prestigioso New England Journal of Medicine. La prima, condotta al Brigham and Women’s Hospital di Boston, Massachusetts, ha preso in esame 3.745 persone affette da sindrome coronarica acuta e ha confermato che il rischio di infarto e morte cardiaca era direttamente correlato non solo a livelli elevati del colesterolo LDL, ma anche ai valori della CRP. Che si comportava quasi come il “colesterolo cattivo”: quanto più i livelli erano elevati – sopra 2 mg/L – tanto maggiore era il rischio di un evento coronarico acuto.

La seconda ricerca, pubblicata ancora dal New England Journal of Medicine, è stata invece portata avanti a Cleveland, Ohio, su 502 pazienti affetti da cardiopatia ischemica trattati con statine (40 mg/die di pravastatina, 80 mg/die di atorvastatina), come del resto avveniva nell’altro studio. In questa ricerca, però, si sono valutate anche le placche aterosclerotiche nelle coronarie con ecografie mirate: si è visto che così come al calo del colesterolo LDL corrispondeva una diminuzione del rischio di infarto, allo stesso modo la discesa dei valori di CRP portava a una ridotta progressione delle lesioni coronariche. E questo in modo del tutto indipendente dai livelli di colesterolo.

Secondo Steven Nissen, della Cleveland Clinic Foundation, queste due indagini, svolte in maniera del tutto indipendente l’una dall’altra, dovrebbero suggerire di rivalutare la misurazione del rischio cardiovascolare. Nella batteria dei test cui sottoporre le persone a rischio non dovrebbe quindi mancare anche la misurazione del valore della CRP nel sangue.

La CRP, considerata già un marcatore utile al controllo cardiologico dei pazienti sottoposti ad angioplastica o bypass coronarico come indicatore di rischio e di complicazioni post intervento, si avvia quindi a diventare importante anche come marcatore di rischio per un infarto futuro in persone apparentemente sane. Specie per il gentil sesso. Secondo una ricerca apparsa qualche tempo fa ancora sul New England Journal of Medicine e condotta su un campione di circa 33mila donne sane, l’aumento della CRP rappresenterebbe un fattore di rischio di infarto addirittura più potente degli alti valori di colesterolo. Sul fronte della prevenzione, per abbassare i valori della CRP non sono necessari interventi speciali. O almeno, non occorre pensare immediatamente a farmaci – che debbono essere comunque indicati dal medico – quanto piuttosto a sane abitudini di vita.

Attualmente la CRP viene quindi considerata un parametro in grado di predire gli eventi cardiovascolari: quanto più elevati sono i livelli di CRP, tanto più alto è il rischio di avere un infarto miocardico o un ictus cerebrale. E’ stato inoltre dimostrato che questo parametro, predittore indipendente del rischio cardiovascolare, aumenta ulteriormente il rischio a cui sono esposte le persone con ipertensione arteriosa. E’ importante notare che i livelli elevati di CRP, nelle persone con ipertensione da moderata a grave, possono raddoppiare il rischio di infarto o di ictus. La relazione diretta tra CRP e ipertensione non è chiara, ma sono sempre più numerose le evidenze che dimostrano come l’ipertensione si associ a livelli di CRP più elevati. Oggi la misurazione dei valori di questo parametro è quindi raccomandata dalle Linee guida europee per l’ipertensione (ESH/ESC).

Federico Mereta
giornalista

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