L'obesità nell'arte 

Evoluzione della rappresentazione artistica del corpo umano.

Gli esseri umani nascono, vivono e muoiono restando per tutta la vita prigionieri dei loro corpi. Per questo l’umanità, in quanto “collezione di corpi”, ama vedersi rappresentata, non importa se da dipinti, fotografie, film o riprese televisive. Così, da quando esiste l’arte, il soggetto preferito è stato il corpo umano. Però, mentre la centralità del corpo quale soggetto rimane una costante, la forma assunta dal corpo stesso è andata incontro a consistenti variazioni nel tempo. La rappresentazione artistica del corpo umano riflette in generale la cultura in cui si esprime l’arte stessa ed è un suo prodotto. Le più antiche opere conosciute sono figure femminili nude e obese, con mammelle e natiche di dimensioni spropositate. Si ritiene che queste figure avessero significati rituali o religiosi riferiti alla fertilità. In questo senso, l’immagine corporea rappresentata dall’opera non faceva riferimento a una forma umana reale, ma a una immaginaria, forse magica. Gli elementi anatomici erano distorti per dare all’opera un potere simbolico e spirituale.

L’esempio più noto è la Venere di Willendorf (a sinistra), opera del Paleolitico superiore (20-30mila anni a.C.). Questa statuetta senza volto, che presenta grandi mammelle pendule, fianchi abbondanti e natiche prominenti, è considerata da alcuni come la prima rappresentazione dell’obesità. «Dobbiamo quindi credere che la donna preistorica fosse afflitta dall’obesità?» si chiede però l’endocrinologo americano Eric Colman. «Per quanto non si possa escludere l’esistenza di sporadici casi di obesità dovuti a malattia di Cushing, ipotiroidismo o disfunzione ipofisaria, diverse linee di pensiero suggeriscono che nella preistoria l’obesità sia stata molto rara, per non dire inesistente».

Precisa meglio Colman: «L’eccessivo apporto dietetico di grassi e calorie, la sedentarietà e l’invecchiamento, in particolare dopo la menopausa, si associano spesso all’aumento di peso e all’obesità. E’ molto improbabile, però, che questi fattori abbiano avuto un ruolo primario nella vita della donna preistorica. In primo luogo, le popolazioni dell’epoca si dedicavano prevalentemente alla caccia: così, per procurarsi il cibo avevano bisogno di luce diurna, condizioni climatiche adatte, tempo e fortuna. Con molta probabilità le prede erano scarse. Inoltre, per via della magrezza degli animali selvatici, i predecessori dell’uomo moderno consumavano una dieta ipolipidica, in cui l’apporto calorico dei grassi non superava il 20 per cento. Difficile quindi pensare che queste donne potessero consumare eccessive quantità di cibo. Gli studi condotti dai paleonutrizionisti  dimostrano infatti che nelle ere preistoriche l’iponutrizione rappresentava un problema sanitario diffuso».

Conclude il ricercatore statunitense: «In secondo luogo, lo stile di vita nomade dei cacciatori non era certo sedentario: diversi reperti archeologici testimoniano che i popoli preistorici si spostavano continuamente dalle regioni montuose a quelle costiere e viceversa, per trarre il massimo vantaggio dall’abbondanza relativa delle fonti alimentari. Infine, la speranza di vita della donna preistorica era breve. Vari studi su frammenti scheletrici indicano che la maggior parte delle persone vissute in quell’epoca non ha raggiunto i 35 anni. Nelle donne, ovviamente, l’incremento del peso corporeo riferibile all’età e alla menopausa non ha avuto modo di verificarsi. Nel complesso, sembra quindi improbabile che lo stile di vita della donna paleolitica potesse consentirle di diventare obesa». A conferma del ruolo simbolico che oggi si attribuisce alla Venere di Willendorf.

Anche nella cultura della Grecia e dell’antica Roma il corpo è stato usato per raffigurare le divinità mitiche. In queste culture, tuttavia, la rappresentazione del corpo non era deformata. I Greci e i Romani, anziché distorcere il corpo umano per idealizzare e “addomesticare” i magici poteri occulti che si nascondevano dietro l’esistenza, lo dipingevano in maniera del tutto realistica. Una certa quantità di adipe era comunque considerata un indicatore di buona salute e di appartenenza a uno status socioeconomico elevato, seppure non come in certe culture non occidentali, dove questo concetto è ancora fortemente radicato.

Spesso i re polinesiani sono francamente obesi, mentre le ragazze della tribù Banyankole dell’Africa Orientale sono fatte ingrassare in preparazione al matrimonio, come fossero tacchini di Natale. «E quando ho cominciato a lavorare a Hong Kong, nei primi anni ’60, le ragazze magre non riuscivano a trovare marito» aggiunge James Watson, antropologo alla Harvard University «e lo stesso accadeva ai giovani maschi più muscolosi. Gli uomini dotati di potenti masse muscolari venivano considerati come appartenenti alla classe sociale inferiore, quella dei manovali. Erano coloro che per vivere dovevano sollevare carichi tali da spaccare la schiena, e non avevano altro da offrire».

Nei secoli successivi, cambiano le tecniche usate per ritrarre il corpo umano, ma l’obesità rimane strettamente associata ai concetti di buona salute, fertilità e rispondenza ai canoni di bellezza dell’epoca. La storia dell’arte propone  momenti, che si possono ammirare nei dipinti di Pieter Paul Rubens (1577-1640; in alto a sinistra: Baccanale, 1618) e Pierre Auguste Renoir (1841-1919; a sinistra: Le bagnanti, 1919), in cui una figura femminile debordante era assai desiderabile. Diversamente da oggi, il corpo femminile appesantito dal grasso non era visto come un segno di cattiva salute: anzi, fino ai primi decenni del XX secolo – quando la ricerca scopre i grassi saturi, gli acidi grassi trans e il rapporto degli uni e degli altri con le malattie cardiometaboliche – le forme prorompenti erano viste come segno di agiatezza e di buona salute.

In tempi recenti, l’arte ha usato l’immagine del corpo sovrappeso per comunicare la crescente incidenza dell’obesità nella moderna cultura occidentale. In nessun momento della storia umana l’immagine del corpo-modello è stata così lontana dalla realtà quotidiana. Oggi l’ideale corporeo, impresso ogni giorno nei cervelli da una massiccia proliferazione di immagini pubblicitarie, è quello denutrito delle top model filiformi e quello, unto e scolpito, dei maschi culturisti e palestrati. Tutto questo, mentre il sovrappeso e l’obesità stanno diventando un problema di salute pubblica sempre più allarmante.



Oggi le arti, specchio dei tempi, riflettono questi conflitti corporei e le relative condizioni. Mentre le top model possono svolgere il ruolo che nell’antica Grecia competeva ad Afrodite, cioè un ideale fantastico cui il pubblico dovrebbe  aspirare, le arti figurative devono confrontarsi con la realtà delle contraddizioni esistenti nella società. E’ per questo che nell’arte contemporanea l’uso del nudo obeso sta diventando sempre più frequente. Diversamente dai nudi di Rubens e di Renoir, che rappresentavano al meglio i modelli estetici delle rispettive epoche, i nudi obesi contemporanei non sono presentati come sane bellezze un po’ carnose, ma sono usati in maniera simbolica.

Per esempio, una figura obesa in un dipinto di Tim Slowinski (sopra a sinistra: Fat Black Guy, 1995; la figura di colore simboleggia l’America nera torturata dai McDonalds, dai Kentucky Fried e dalle lotterie sponsorizzate dal Governo) o di Jeramy Turner (sopra a destra: Moon over America, 1991; in questo dipinto, anche le colline hanno assunto un aspetto antropomorfo che rispecchia la diffusione dell’obesità a livello nazionale) non è solo una figura, ma un simbolo di “obesità culturale” e di oppressione sociale.

Queste figure, quali rappresentazioni simboliche di tali condizioni, hanno una parentela con i modelli classici – preistorici e antichi – in quanto non vengono usate per ritrarre singoli individui, bensì assumono un valore simbolico per la società in generale. Oggi l’ossessione per le diete e l’obesità si riflette nell’arte (a sinistra: Il duello, di Paolo Magnani), proprio come la fertilità e la mitologia religiosa facevano nel passato remoto e prossimo. «E mentre l’obesità si “democratizzava”, l’élite socioeconomica dei paesi più industrializzati iniziava a valorizzare la magrezza come segno di condizione elevata» chiosa Natalie Angier sul New York Times «ristabilendo così il gap culturale preesistente».

Quello di Fernando Botero è un caso a parte. A prima vista, le opere dell’artista colombiano (Medellin, 1932; a sinistra, una sua scultura in bronzo; Cartagena, Colombia) si segnalano per le loro proporzioni esagerate e per la corpulenza delle figure umane e animali. La critica è spesso del parere che la “gente grassa” sia una rappresentazione satirica dei soggetti e delle situazioni che Botero sceglie a modelli, ma la sua spiegazione è diversa: «Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo. Prima adotto una posizione per istinto, e solo in un secondo tempo cerco di razionalizzarla o anche di giustificarla». In realtà Botero non è un artista figurativo ma un astratto nel senso più generale del termine, in quanto sceglie colori, forme e proporzioni da usare solo in base alle sue intuizioni estetiche. Tutte le sue opere sono poi informate dalla sua profonda “colombianità” e dalla sua intensa partecipazione al tessuto sociale del paese.

Pietro Amante
giornalista


Tratto da cardiometabolica.org, un sito a cura della Fondazione Italiana per il cuore realizzato grazie ad un educational grant della Fondazione Giovanni Lorenzini.