Prima premessa: il 7 giugno 2007 il "New England Journal of Medicine" pubblica un interessante articolo che conclude così:
«Approximately half the decline in U.S. deaths from coronary heart disease from 1980 through 2000 may be attributable to reductions in major risk factors and approximately half to evidence-based medical therapies». Lo stesso articolo riporta poi il confronto con altri studi dove si evidenziano analoghe conclusioni.
Seconda premessa. Il 12 giugno 2007 la Commissione Europea, insieme all’European Heart Network (di cui fa parte la Fondazione Italiana per il Cuore) e all’European Society of Cardiology, lancia la Carta europea per la salute del cuore, firmata emblematicamente dalle scolaresche di Bruxelles a nome dei coetanei europei, che richiama l’attenzione di autorità, medici, operatori sanitari e decisori sul tributo in morbilità e mortalità che l’Europa paga alle malattie cardio-cerebrovascolari e sul carico che dette malattie rappresentano per l’economia europea (169 miliardi l’anno nei soli paesi dell’Unione).
Terza premessa. Presso che contemporaneamente, nella primavera di quest’anno si legge prima sul The New York Times e poi in due articoli del Canadian Medical Association Journal, che Canada e Usa, di fronte al crescere dell’obesità soprattutto nei bambini, individuano contromisure per arginare il fenomeno: dalle notizie sono i medici che si muovono in Canada, le fondazioni private negli USA. L’obiettivo comune è intervenire sull’alimentazione e sull’attività fisica soprattutto nel periodo scolastico.
Prima domanda. Quanto sopra è solo una ripetizione più recente di ciò che è noto e di quanto molti studi (come Interheart) hanno evidenziato: l’azione sui fattori di rischio cardiovascolare si è dimostrata efficace nel ridurre significativamente morbilità e mortalità delle malattie cardiovascolari. La domanda è: vista l’efficacia dell’azione sui fattori di rischio, nei confronti della riduzione di mortalità, quanto si investe per rinforzarne i risultati? Si lascia la risposta ad altra occasione, ma non si può eluderne l’accenno.
Seconda domanda. Confermato il rapporto tra fattore di rischio e malattia, e confermata l’efficacia di un intervento sui fattori di rischio, c’è da domandarsi ancora quanto la misura di detti fattori – o dei biomarker che ne sono alla base – sia affidabile per giustificare non solo gli interventi medici e sociali indirizzati alla loro modifica (prevenzione), ma anche quanto essi possano guidare nel valutare l’efficacia degli interventi (monitoraggio). Quanto è affidabile la misura per giustificare e monitorare la contromisura?
La misura dei fattori di rischio: il modello cardiometabolico
L’approccio clinico al rischio cardiometabolico viene ancora recentemente impostato (ESC-Working Group on cardiovascular Pharmacology and drug therapy) sull’aumento della circonferenza addominale (>102 cm negli uomini e >88 cm nelle donne) accompagnato da una alterazione lipidica (colesterolo-HDL <40 mg/dL nell’uomo e <50 mg/dL nella donna, e trigliceridi >150 mg/dL). Nella valutazione della sindrome metabolica, ai parametri descritti si aggiungono la presenza pressione arteriosa superiore a 130/85 mmHg e glicemia a digiuno superiore a 100 mg/dL.
Più recentemente l’International Diabetes Federation riconosce nella popolazione europea la sindrome metabolica in individui che abbiano circonferenza addominale >94 cm nell’uomo e >80 cm nella donna, quando tali valori siano accompagnati da almeno due dei quattro fattori sopra indicati. Appare quindi importante valutare quanto affidabile – e quindi standardizzabile – sia la misura dei seguenti parametri: pressione arteriosa sisto-diastolica (BP S/D), colesterolo-HDL (C-HDL), trigliceridi (TG), glicemia a digiuno (FGT) e dopo carico di glucosio (OGTT) (tabella I).
Tabella I. Riferimenti metodologici di PB-S/D, C-HDL, TG, FGT e OGGT
| parametro | metodica di riferimento | Unità di misura | Condizioni del soggetto | CV analitico | CV intra-individ | Attenzione |
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BP-S/D ESH/ESC * | Arteria omerale a livello cuore. Sfigmomanometro | mm Hg | 1 ora dopo cibi, caffè, sforzi. Dopo 5 min. rilassamento, seduto. Ripetizione dopo 2 min. Non indumenti stretti intorno al braccio | 2mm | Seduto/in piedi | Effetto camice bianco. Difetti strumentali. Sgonfiamento troppo rapido. Se si sospetta ipotensione ortostatica, misurare la pressione 1 e 5 min dopo che il paziente ha assunto la posizione eretta. |
| Metodiche digitali, al braccio, al polso | mm Hg | Come sopra | -- | = | Accuratezza da verificare periodicamente nei confronti della misurazione digitale |
| Automisurazione | mm Hg | Come sopra e impiegare strumenti omologati e periodicamente tarati. Misurazione tra le 8 e le 10 del mattino. Se in trattamento, prima di assumere i farmaci. | | Se non indicato diversamente dal medico, effettuare due misurazioni la settimana. Se valori alterati informare il medico. Farsi misurare la pressione dal medico periodicamente. | |
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C-HDL | ultrecetrifugazione | mmol/L | | | | Necessita laboratori di riferimento |
| Metodi biochimici diretti o indiretti | mg/dL | | 4% | 6% | Conservazione campione, stabilità reagenti, matrice, linearità di curva, calibratore, quality assurance , valori di riferimento locali. |
| Chimica asciutta | mg/dL | | | | Prelievo, conservazione strisce, calibratura lettore |
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TG | Metodi biochimici diretti o indiretti | mmol/Lmg/dL | Le condizioni del soggetto al prelievo devono essere conosciute | 5% | 21% | Livelli desiderati < 1.70 mmol/L ovvero <150 mg/dL |
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OGTT | Funzionale con determinazione biochimica su plasma | mmol/L | | | | |
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mgd/L | Prelievo basale in paziente a digiuno (da 8 a 14 ore) e due ore dopo carico orale di 1.75 gr di glucosio/kg di peso (fino ad un massimo di 75gr) assunti in bevanda liquida in 5 minuti | | | | | |
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Utile raccolta di urine e determinazione della glicosuria | | | Glicemia a digiuno < 6.1 mmol/L (110 mg/dL). Livelli fra 6.1 and 7.0 mmol/L (110 and 126 mg/dL) sono indice di alterazione della glicemia di base. Livelli in prove ripetute ≥ 7.0 mmol/L (126 mg/dL) sono diagnostici di diabete. I livelli a due ore dal carico sono < 7.8 mmol/L (140 mg/dL). Livelli tra questi e 11.1 mmol/l (200 mg/dl) indicano intolleranza livelli > 11.1 mmol/l (200 mg/dl) a 2 ore confermano la diagnosi di diabete | | | |
| Chimica asciutta su sangue intero | mg/dL | Come sopra | | | Va confermata con metodiche su plasma |
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Circonferenza addominale | Preferito a BMI | cm | Scoprire l’addome; posizionare il metro sul girovita (tra ultima costola e la parte superiore dell’anca); prendere la misura rilassando i muscoli dell’addome e portando a termine l’espirazione. | | | Circonferenza addominale >88 cm nelle donne e >102 cm negli uomini: rischio elevato. |
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Valori >80 cm nella donna e >94 cm nell’uomo: rischio moderato | | | | | | |
* Linee guida 2003 Società europea Ipertensione (ESH) e Società europea Cardiologia (ESC).
CV an: coefficiente di variazione % analitica, comprende la variazione all’interno della stessa serie di misure sullo stesso campione/soggetto e tra serie di misure diverse sullo stesso campione/soggetto.
CV biol: coefficiente di variazione % nello stesso soggetto in misure effettuate in periodi temporali diversi (settimane o mesi) con condizioni fisiopatologiche sovrapponibili.
Errore totale: la somma dei due CV.
I dati sono quelli accettabili/desiderabili dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e dal National Heart, Lung, and Blood Institute (NHLBI) Lipid standardization program.Requisiti di misuraLa gestione – e soprattutto l’interpretazione dei risultati – delle misure dei parametri inclusi nella valutazione del rischio metabolico richiedono attenzione alla
variabilità relativa. Schematicamente si distinguono:
- variabilità preanalitica: non si riferisce solo alla scelta clinica del parametro, ma meglio alle condizioni fisiopatologiche e cliniche del soggetto al momento del prelievo, al rispetto dei riferimenti metodologici, al trasporto e conservazione del campione al laboratorio. Dette condizioni devono essere conosciute e le variabili sul campione devono essere ridotte al minimo. Alcune variabili preanalitiche sono elencate in tabella II;
- variabilità analitica: attiene alle metodiche usate, quindi alla relativa imprecisione all’interno del laboratorio e tra laboratori diversi. Adeguati programmi di controllo qualità tendono a ridurre tale errore, che comunque è ineliminabile. Gli organismi internazionali impongono limiti invalicabili: CV <3 per cento per colesterolo totale, <4 per cento per C-HDL, <4 per cento per C-LDL, <5 per cento per TG;
- variabilità interindividuale o biologica: richiama la variazione dell’omeostasi (circadiana, circasettimanale, circamensile, circannuale) dell’individuo al di fuori delle sue condizioni fisiopatologiche. I dati medi riportati in letteratura (riferiti a popolazioni nordamericane) per i parametri sopra indicati sono: CV 6 per cento per colesterolo totale, 7,1 per cento per C-HDL, 8,3 per cento per C-LDL, 21 per cento per TG.
Queste raccomandazioni sono in linea con il requisito che i valori di variazione analitica debbano essere inferiori al 50 per cento delle variazioni biologiche. Ne consegue che l’utilità clinica di dette misure è fortemente determinata dalla variazione biologica (spesso ignorata dai dati di laboratorio che vengono forniti). Altrettanto poco conosciuta, o comunque poco evidenziata, è la più piccola differenza significativa (SSD) percentuale tra misure ripetute, che dovrebbe calcolare a un determinato livello di accuratezza l’
Homeostatic Set Point (HSP), cioè la variazione minima che si deve ottenere nel valutare la differenza tra due misure (prima e dopo l’intervento) come indice di efficacia di un intervento (medico o di stile di vita) sul soggetto.
Tabella II. Influenza della variazione biologica e analitica combinate sull’utilizzo clinico della misura dei biomarker indicati
| | CT | C-HDL | C-LDL | TG |
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CV analitico (%) | 3,0 | 4,0 | 4,0 | 5,0 |
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CV biologico (%) | 6,0 | 7,1 | 8,3 | 21,0 |
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Contributo % della imprecisione analitica sul risultato di variabilità totale in una serie di risultati | 11,8 | 14,8 | 11,0 | 2,8 |
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SSD (%) tra risultati consecutivi | 15,7 | 21,5 | 19,0 | 50,4 |
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Numero di ripetizione del test per fare rientrare la % di accuratezza di HSP nei limiti segnalati | | | | |
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HSP entro ±10% | 2 | 3 | 4 | 18 |
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HSP entro ±15% | 1 | 2 | 2 | 8 |
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HSP entro ±20% | | 1 | 1 | 5 |
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HSP entro ±30% | | | | 2 |
SSD = la differenza undirezionale significativa più piccola (p<0.05); HSP = homeostatic set point (p<0.05).Tabella III. Per minimizzare la variabilità analitica
| Distanza dai pasti | Un digiuno di 12 ore è essenziale per la misura dei TG e di conseguenza del C-LDL secondo calcolo di Friedwald; non è essenziale quando si vuole ottenere il valore di C-HDL. |
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Distanza dai pasti | Per una valutazione dello stato del soggetto è importante che non modifichi il suo stile di vita (alimentazione, alcool, fumo e esercizio fisico) prima dell’esame. |
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Gravidanza o malattie | Se si vogliono escludere le variazioni dovute a gravidanza, o malattia, è bene posporre il test settimane o mesi dopo la cessazione della condizione non voluta. |
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Prelievo venoso | Il passaggio dalla posizione supina a quella eretta può determinare lo spostamento di liquidi dai vasi ai tessuti e determinare una variazione della PB e della concentrazione dei lipidi nel sangue (fino a +15 per cento per i lipidi). Per stabilizzare il soggetto è bene farlo stare per 15 minuti nella posizione in cui verrà praticato il test. Anche il posizionamento del laccio emostatico per più di cinque minuti può determinare una modifica della concentrazione dei lipidi; il laccio va applicato per non più di un minuto. |
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Misure ripetute | Per una decisione medica corretta, le misure vanno ripetute dallo stesso esaminatore (BP) o nello stesso laboratorio e in un periodo che rispetti le variazioni biologiche (se è necessario conoscerle). |
Valori di riferimentoSono i valori cui va riferito il risultato del test per valutare quanto esso si discosti dalla popolazione di riferimento (non necessariamente sana). Si distinguono:
- valori di riferimento, che separano una popolazione affetta da una popolazione non affetta dalla patologia in studio. Perché il test abbia significato, deve essere in grado di distanziare la media delle due popolazioni almeno di tre deviazioni standard. Rimarrà sempre una quota di soggetti non differenziati (vedi grafico). Detti valori vanno indicati dal laboratorio in cui si pratica il test, in modo da identificare la sensibilità e specificità del metodo usato nel separare le due popolazioni (specificità e sensibilità);
- valori desiderabili, che meglio interpretano il goal da raggiungere soprattutto in occasione di trattamenti. Sono questi i valori stabiliti dagli organismi internazionali che sono via via più stringenti quanto più grave è la categoria di rischio (vedi);
- valori soglia, indicati in base alle metodologie usate;
- valori di riferimento del cambiamento o Reference Change Values che, assommando le variabilità preanalitica, analitica, interindividuale, consentono di interpretare la differenza percentuale tra due misure della serie nel rispetto degli obiettivi desiderati.
