Linee Guida ESC e EASD su diabete, pre-diabete e malattie CV
III parte: riassunto, commenti e considerazioni su “Guidelines on diabetes, pre-diabetes, and cardiovascular diseases: executive summary”...
...a cura della Task Force sul diabete e malattie cardiovascolari della European Society of Cardiology (ESC) e della European Association for the Study of Diabetes (EASD). European Heart Journal 2007; 28: 88-136.
Ipertensione arteriosa
La figura 1 sintetizza le classi di raccomandazione e i livelli di evidenza nella gestione dell’ipertensione arteriosa che, nei pazienti diabetici, è tre volte più frequente rispetto ai non diabetici (1). Nei diabetici di tipo 1 la nefropatia, di solito, precede l’ipertensione che accelera la progressione della micro- e macroangiopatia. L’obesità, l’età e la comparsa di nefropatia aumentano la prevalenza dell’ipertensione nei diabetici (2). Diabete mellito (DM) e ipertensione arteriosa sono fattori additivi per il rischio di aterosclerosi e malattie cardiovascolari (CVD), come dimostrato dalle coorti degli studi MRFIT (3) e PROCAM (4), probabilmente per maggior suscettibilità della parete arteriosa allo stress ipertensivo e per maggiore sensibilità del miocardio a sviluppare ipertrofia, ischemia e scompenso. Oltretutto la nefropatia diabetica è peggiorata dall’ipertensione arteriosa. Non va dimenticato che una stenosi dell’arteria renale può causare sia ipertensione sia insufficienza renale anche nei pazienti diabetici, per cui lo screening per questa patologia deve essere garantito anche ai malati di DM.

Figura 1: classe di raccomandazione (a) e livello di evidenza (b) nella gestione dell’ipertensione arteriosa nei pazienti diabetici.
Obiettivi del trattamento. Gli studi UKPDS e HOT hanno evidenziato che
un trattamento intensivo dell’ipertensione arteriosa riduce le complicazioni cardiovascolari (5,6). Vi è un consenso generale per cui
la pressione arteriosa nei diabetici dovrebbe essere <130/80 mmHg (nei non diabetici il limite è <140/90). I diabetici nefropatici dovrebbero raggiungere livelli pressori ancora inferiori, controllando la creatininemia (all’inizio potrebbe aumentare, ma i benefici sulla funzione renale, nel tempo, sono maggiori).
Come ridurre la pressione arteriosa. Gli interventi sullo stile di vita dovrebbero essere alla base del trattamento ma, seppur importanti, tali cambiamenti spesso non sono sufficienti a ottenere un adeguato controllo pressorio, per cui
molti pazienti necessitano di terapie polifarmacologiche. Eppure, nonostante ciò,
molti diabetici non raggiungono gli obiettivi terapeutici. Poche sperimentazioni cliniche prospettiche randomizzate sono state effettuate specificamente nel DM, ma molti diabetici erano presenti in ampi studi. Un dato significativo è la notevole riduzione del rischio di CVD tra i pazienti nel braccio di trattamento attivo (indipendentemente dal tipo di farmaco utilizzato) rispetto ai controlli. Le
tabelle I e
II sintetizzano i risultati dei principali studi dai quali
sembra che il blocco del sistema renina-angiotensina-aldosterone risulti particolarmente efficace nei pazienti diabetici, specie se ad alto rischio di CVD (7) e se confrontato con un calcio-antagonista nell’intenzione di prevenire o ritardare la comparsa di microalbuminuria in diabetici ipertesi (8).
Tabella I: effetti del trattamento con farmaci anti-ipertensivi in confronto con placebo o trattamento meno intensivo come evidenziato da studi clinici controllati.

Tabella II: effetti del trattamento espressi come rapporto di rischio (IC 95%) in studi clinici randomizzati controllati che confrontavano diverse terapie anti-ipertensive in pazienti con DMT2.
Nello studio LIFE, che ha reclutato pazienti ad alto rischio per stabilizzare l’ipertrofia ventricolare sinistra, la terapia anti-ipertensiva con losartan (bloccante del recettore dell’angiotensina) è risultata più efficace rispetto all’atenololo (beta-bloccante selettivo). L’effetto del losartan era ancor più evidente nel sottogruppo dei pazienti diabetici, con differenza statisticamente significativa anche per tutte le cause di mortalità (9). Ricordiamo anche che la maggior parte dei pazienti di entrambi i gruppi vennero trattati con idroclorotiazide (in aggiunta a losartan o beta-bloccante).
La riduzione assoluta del rischio determinata dal trattamento anti-ipertensivo è maggiore nei diabetici rispetto ai non diabetici: quindi l’obiettivo principale nei diabetici ipertesi è ridurre i livelli pressori, indipendentemente dal farmaco o dall’associazione di essi. Peraltro un inibitore del sistema renina - angiotensina - aldosterone dovrebbe far parte dalla combinazione di farmaci utilizzati, monitorando adeguatamente la funzione renale.
Ricordiamo poi che tiazidici e beta-bloccanti aumentano il rischio di sviluppare DM se confrontati con calcio-antagonisti o inibitori del sistema renina-angiotensina-aldosterone (10), ma non è noto se un trattamento con tali farmaci determini peggioramento metabolico o aumenti il rischio cardiovascolare in pazienti già diabetici. Infatti nello studio ALLHAT gli
outcomes erano simili nei sottogruppi trattati con diuretico, ACE-inibitore o calcio-antagonista (11). Il recente studio ASCOT (12) ha cercato di spiegare le differenze di risultati ottenuti con l’associazione beta-bloccante/tiazidico rispetto a amlodipina/perindopril, in quanto la prima non otteneva la stessa riduzione di pressione centrale rispetto agli altri due farmaci che, presumibilmente, conferivano una migliore cardioprotezione.
Gestione delle malattie cardiovascolari (CVD)Coronaropatia (CAD)Epidemiologia. Il DM è molto comune fra i pazienti con sindrome coronarica acuta (SCA) (dal 19 al 23 per cento, secondo registri multinazionali) (13,14). Un paziente infartuato, non noto per DM ma sottoposto a OGTT, risulta diabetico nel 25 per cento dei casi e IGT nel 40 per cento, cioè molto più frequentemente rispetto a soggetti di pari età e sesso non cardiopatici: e i diabetici, tra i pazienti con SCA, raggiungono il 45 per cento (15).
Implicazioni prognostiche. La mortalità ospedaliera per cardiopatia si è ridotta negli anni, ma i diabetici non ne hanno beneficiato come i non diabetici. Inoltre
il DM è associato a una maggiore mortalità a lungo termine, per cui il rischio relativo va da 1,3 a 5,4 volte ed è più elevato per le donne rispetto agli uomini. Pazienti con DM neodiagnosticato hanno la stessa probabilità di mortalità o di riammalare di infarto e ictus come diabetici già noti (16). Le complicazioni più frequenti in pazienti con SCA sono ischemia miocardica ricorrente, disfunzione ventricolare sinistra, scompenso cardiaco grave, instabilità elettrica, re-infarto, ictus o morte. Queste complicanze sono più frequenti nei diabetici (17) e l’alterato metabolismo del glucosio gioca un ruolo importante, causando alterato utilizzo dei substrati, insulino-resistenza, aumento delle concentrazioni di acidi grassi non esterificati, eccessivo stress ossidativo. Le alterazioni metaboliche sono ulteriormente deteriorate all’insorgenza di un IMA per aumento del tono adrenergico (in una coronaropatia spesso diffusa), per ridotta riserva vasodilatatoria, ridotta attività fibrinolitica, iperaggregabilità piastrinica, disautonomia e possibile cardiomiopatia. L’intolleranza glucidica agisce anche nel tempo:
il controllo metabolico (espresso come HbA1c) è il maggior fattore di rischio per future coronaropatie. Una elevata glicemia all’accettazione è un potente predittore di mortalità ospedaliera o a lungo termine in pazienti con o senza DM (18,19).
Principi di terapia. Secondo la medicina basata sulle evidenze, i pazienti diabetici non sono trattati adeguatamente. L’eparina, gli agenti trombolitici e gli interventi coronarici sembrano utilizzati meno spesso. Una spiegazione può essere quella della relativa
carenza di sintomi stenocardici tipici, a causa della neuropatia diabetica autonomica. L’
ischemia silente raggiunge il 10-20 per cento tra i diabetici, mentre non supera il 4 per cento tra i non diabetici (20). L’infarto silente o con sintomatologia atipica è più frequente nei diabetici, allungando i tempi di ammissione ospedaliera e di diagnosi corretta, determinando quindi ritardi nelle terapie appropriate. Inoltre si considera il DM come condizione aggiuntiva di rischio e potenzialmente controindicante alcune strategie terapeutiche, per quanto l’evidenza mostri che
la coronarografia e la rivascolarizzazione non trovano controindicazioni maggiori nei diabetici rispetto ai non diabetici.
Stratificazione del rischio. I pazienti con SCA e DM (già noto o neodiagnosticato) sono ad alto rischio di complicazioni, per cui è importante stratificare il rischio per identificare le migliori strategie terapeutiche. E’ opportuno valutare complessivamente eventuali compromissioni periferiche, renali e cerebrovascolari della malattia; considerare altri fattori di rischio come la dislipidemia, il fumo, la sedentarietà; valutare alcuni predittori sfavorevoli come aritmie e disfunzione autonomica; indagare la presenza di ischemia inducibile attraverso test ergometrico, ecostress o scintigrafia miocardia; determinare lo stato miocardio attraverso un eco-doppler cardiaco o RMN (valutando la specificità/sensibilità di tali indagini in relazione al centro che esegue le prove). Fattori potenzialmente confondenti sono l’elevata soglia del dolore (a causa della disautonomia), la compromissione multivasale della patologia coronarica, anormalità dell’ECG di base, una scarsa
performance atletica dei soggetti diabetici al test da sforzo, la coesistenza di arteriopatia periferica e l’utilizzo di numerosi farmaci. In questo contesto una valutazione clinica complessiva assume notevole importanza.
Obiettivi di trattamento. Le opzioni terapeutiche intendono preservare e ottimizzare la funzionalità miocardia, stabilizzare le placche vulnerabili, prevenire gli eventi controllando l’attività protrombotica e contrastare la progressione delle lesioni aterosclerotiche, come sintetizzato nella
tabella III.
Tabella III: opzioni di terapia basate sull’evidenza accumulata.
. Gli obiettivi da raggiungere sono ricordati dalla
: obiettivi raccomandati per il trattamento di pazienti diabetici con CAD (modificato da 21). TC: colesterolo totale; a) standardizzato sec. DCCT; b) non raccomandato per guidare il trattamento, ma per una valutazione metabolica e di rischio.