Indice glicemico: valore ed efficacia pratica 

L’utilizzo dell’indice glicemico (IG) è stato proposto per poter valutare la risposta fisiologica dell’organismo e prevedere l’aumento della glicemia dopo l’assunzione dei cibi contenenti carboidrati.

Ciò deriva dal fatto che molte raccomandazioni dietetiche consigliavano l’utilizzo di carboidrati complessi e amidi, con netta riduzione di glucidi semplici o zuccheri, basandosi sull’assunto che gli zuccheri semplici sono digeriti e assorbiti rapidamente, determinando quindi un più rapido e più pronunciato aumento della glicemia post-prandiale. Numerosi studi metabolici hanno però fatto rilevare che anche molti amidi si comportano come i glucidi semplici. Così, nel 1981, il gruppo di lavoro coordinato da David J. Jenkins ha proposto il concetto di “indice glicemico” per prevedere la risposta glicemica dell’organismo dopo ingestione di un determinato alimento. Si è stilata, negli anni, una vera e propria classificazione degli alimenti stessi in relazione alla loro capacità di aumentare il valore della glicemia dopo il pasto. Consideriamo che se la glicemia aumenta velocemente, tanta insulina verrà rapidamente secreta dalle cellule pancreatiche beta, per permettere l’ingresso del glucosio circolante nei tessuti periferici insulino-sensibili.

Tecnicamente, si può definire l’IG come il rapporto tra l’area incrementale della glicemia dopo ingestione di un determinato cibo in confronto alla corrispondente area dopo un carico di glucosio o dopo l’assunzione di una porzione di pane comune contenente una simile quantità di carboidrati. In parole più semplici, si può pensare all’IG come all’aumento della glicemia dopo aver mangiato un determinato cibo in confronto a quanto si sarebbe elevata la glicemia dopo aver assunto uno stesso carico di zucchero o di pane bianco (i primi test furono eseguiti con 50 grammi di glucosio o di pane comune). L’IG dipende principalmente dalla velocità di digestione e dalla rapidità di assorbimento del carboidrato in esame. Cibi con granuli di amido più compatti (come gli spaghetti) o ricchi di fibre viscose e solubili (come l’orzo e l’avena) saranno quindi digeriti più lentamente ed avranno un IG basso. Abitualmente l’IG è espresso in percentuale: tanto più l’IG è basso, tanto minore sarà l’aumento della glicemia dopo assunzione di quel cibo; tanto più elevato risulta l’IG, tanto più rapido sarà l’incremento della glicemia dopo il pasto.

In soggetti diabetici o obesi sarà opportuno consigliare l’assunzione di cibi con basso IG per ridurre la liberazione di insulina che, come detto, trova nell’aumento della glicemia il massimo stimolo per la sua produzione e liberazione. Soggetti sovrappeso o obesi e pazienti diabetici tipo 2 hanno spesso iperinsulinemia a causa dell’insulinoresistenza periferica, per cui un eccessivo incremento post-prandiale della glicemia determina un ulteriore aumento dell’insulinemia, con deterioramento della risposta insulinemica epatica e periferica (fibrocellule muscolari e adipociti).

CIBO

INDICE GLICEMICO

Pane comune

100

Pane integrale

89

Farina bianca

100

Pasta (maccheroni)

64

Pasta (spaghetti)

38-61

Riso

125

Riso integrale

78

Riso "parboiled"

67

Orzo

31

Grano saraceno

74

Miglio

103

Pop-corn

78

Noccioline

20

Cereali per colazione (corn flakes)

115

Cereali integrali (tipo "All-bran")

74

Patate bollite

80

Patate al forno

121

Patatine fritte

107

Purè di patate

100

Carote

101

Fagioli in scatola

60

Piselli

65

Lenticchie

37

Soia

20

Mela

53

Banana

84

Arancia intera

59

Succo d’arancia

67

Pompelmo

36

Ciliegie

31

Anguria

102

Uva

61

Latte scremato

46

Latte intero

49

Yogurt

52

Miele

104

Zucchero (saccarosio)

92

Fruttosio

33

Gelato

91

Torta

80



Le maggiori obiezioni all’utilizzo dell’IG si sono avute in seguito all’osservazione di notevoli diversità individuali dopo assunzione dei vari cibi, alla mancanza di differenze di IG dopo assunzione di pasti misti, alla discordanza tra i vari centri di studio, alla mancanza di differenze osservabili dopo assunzione di alimenti contenenti cibi con diverso IG e alla relativa carenza di studi che ponessero in evidenza benefici a lungo termine derivanti dall’alimentazione con cibi a basso IG. Inoltre, a tutta questa “confusione” scientifica, va aggiunto il fatto che molti ricercatori, nei diversi paesi, hanno utilizzato formule matematiche differenti per calcolare l’area incrementale dopo il pasto da cui derivare l’IG. Peraltro, studi più recenti hanno applicato rigorosi criteri standardizzati di calcolo e hanno permesso di osservare eccellenti correlazioni tra i valori di IG e i valori calcolati in base alla composizione dei cibi. Inoltre, in studi clinici controllati, diete contenenti cibi a basso IG hanno permesso di migliorare il compenso glicemico ed il profilo lipidico (con riduzione dei livelli di trigliceridemia) di pazienti diabetici tipo 2. Oggi è ormai ampiamente accettato il fatto che cibi a basso IG (come i legumi e la pasta) quando sono inseriti nella dieta permettono di osservare riduzione del colesterolo LDL e miglioramento del profilo metabolico.

Peraltro, serve anche ricordare che non ci si deve basare solo sul calcolo dell’IG per scegliere la propria alimentazione. Molti cibi ricchi di grassi saturi, per esempio, avendo un basso contenuto di carboidrati, hanno un IG basso, ma non per questo possono essere consigliati nei programmi di educazione alimentare! Inoltre è noto che l’aumento della glicemia dopo un pasto non dipende solo dall’IG del cibo, ma anche dalla quantità complessiva dei carboidrati assunti, per cui si è venuto a proporre il concetto di “carico glicemico” (come prodotto dell’IG di un cibo per il suo quantitativo), con la definizione di vere e proprie “tabelle di scambio” dei carboidrati.

In pratica, l’IG andrebbe preso in considerazione solo per “classificare” gli amidi e i farinacei, tenendo però in grande conto la quota totale di glucidi (semplici e complessi) assunti con la dieta: ricordiamo che il 50-55 per cento delle calorie alimentari derivano proprio dai glucidi. Si deve ricordare, infine, di prendere in considerazione le abitudini alimentari delle varie popolazioni e le caratteristiche di composizione, produzione e cottura dei cibi nelle diverse realtà regionali: tali “diversità” possono influenzare profondamente l’IG e, quindi, la risposta glicemica post-prandiale.

Antonio C. Bossi
Direttore, Unità operativa Malattie metaboliche e Diabetologia
Azienda ospedaliera “Ospedale Treviglio-Caravaggio”

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