L’ipertensione arteriosa è un problema mondiale di sanità di pubblica, a causa del suo stretto legame con morte prematura....
....ed eventi vascolari (Lancet 2005; 365:217-23). Studi epidemiologici hanno dimostrato che una riduzione d’introito con la dieta di sale consente una diminuzione di valori pressori sia nei soggetti ipertesi, sia nei soggetti normotesi (JAMA 2002; 288:1882-88; JAMA 2003; 289:2560-72). Precedenti studi avevano rilevato un’ipotesi secondo la quale l’insulino-resistenza potrebbe portare a una ritenzione di sodio e dunque a un’espansione del fluido extracellulare e quindi a un aumento di pressione sanguigna (Hypertension 1994; 23:129-33; J Hypertens 1997; 15:1485-91). La sindrome metabolica è associata a un aumentato rischio di patologia cardiovascolare, diabete, malattia cronica renale e mortalità totale (JAMA 2002; 288:2709-16; Ann Intern Med 2004; 140:167-74). L’associazione tra sindrome metabolica e variazioni di pressione dovute alla sensibilità al sale non è stata evidenziata in maniera chiara. Lo scopo di questo studio è stato quello di esaminare proprio l’associazione tra sindrome metabolica e le risposte pressorie a interventi dietetici riguardo alla quantità di sale in una popolazione rurale nella Cina del nord. 1.906 cinesi senza storia clinica di diabete mellito, con un’età superiore a 16 anni sono stati arruolati nello studio e hanno assunto una dieta a basso contenuto di sodio (51.3 mmol/die) per 7 giorni e poi una dieta ad alto contenuto di sodio (307.8 mmol/die) per altri 7 giorni. La pressione arteriosa è stata misurata all’inizio, al secondo giorno, al quinto e al settimo per ogni intervento. La sindrome metabolica è stata definita dalla presenza di tre o più delle seguenti condizioni: obesità addominale, aumento di pressione arteriosa, elevata concentrazione di trigliceridi, bassi livelli di colesterolo HDL, elevati livelli di glucosio. Un’elevata sensibilità al sale è stata definita come una diminuzione media di più di 5 mmHg della pressione durante la dieta a basso contenuto di sodio, o un aumento di più di 5 mmHg durante la dieta ad alto contenuto di sodio. 25 partecipanti sono stati esclusi dallo studio perché non avevano dati certi per accertare il loro complessivo fattore di rischio metabolico. 283 soggetti (25%) avevano un quadro di sindrome metabolica e in media avevano un’età maggiore (età media 40.7 anni vs 38.3) , erano donne (152 donne e 131 uomini) e con un basso grado di regolare attività fisica. 1.853 soggetti hanno completato i 7 giorni con una dieta a basso contenuto di sodio e 1.845 hanno completato i successivi 7 giorni. In media i cambiamenti di pressione sono stati significativamente maggiori nei partecipanti allo studio con sindrome metabolica rispetto a chi non aveva sindrome metabolica in entrambi gli interventi (dieta a basso e ad alto contenuto di sodio). Questo studio ha evidenziato un’associazione forte, significativa tra sindrome metabolica e variazioni di pressione sanguigna legate alla sensibilità nei confronti di diversi dosaggi nella dieta di sale in pazienti senza diabete. La sensibilità della pressione nei confronti del contenuto di sale nella dieta aumenta progressivamente con l’aumento dei fattori di rischio per la sindrome metabolica. Quest’associazione è indipendente dall’età, dal sesso, dall’indice di massa corporea, dall’attività fisica, dal fumo di sigaretta, dal consumo di alcol. Gli autori correttamente rilevano che in altri due precedenti studi si era rilevata la sensibilità pressoria nei pazienti con sindrome metabolica rispetto a chi non aveva questo quadro clinico (J Hypertens 2006; 24:1626-32; J Hum Hypertens 2007; 21:438-44). I limiti di questo studio sono due, come scritto anche nell’ultima parte del lavoro: 1) la corta durata dei due interventi dietetici; 2) non è stata misurata direttamente l’insulino-resistenza.
È importante sottolineare anche l’editoriale pubblicato nello stesso numero di Lancet in cui è stato pubblicato il sopra commentato articolo. Yang rileva come in diverse nazioni si è adottata una politica sanitaria per ridurre il contenuto di sale nella dieta, ad esempio in UK e in Giappone, mentre in Cina no. Suscita perplessità che uno studio, che ha arruolato popolazione cinese, ha evidenziato l’importanza di ridurre il contenuto di sale nella dieta e i programmi di sanità per ridurre l’introito di sale in Cina siano pochi.
Fonte: Lancet 2009; 373:829-35 e Lancet 2009; 373:792-94