Linee guida ESC e EASD su diabete, pre-diabete e malattie CV
Riassunto, commenti e considerazioni su “Guidelines on diabetes, pre-diabetes, and cardiovascular diseases: executive summary”,a cura della Task Force sul diabete e malattie cardiovascolari...
...della ESC (European Society of Cardiology) e della EASD (European Association for the Study of Diabetes), II parte. European Heart Journal 2007; 28: 88-136
Trattamento per ridurre il rischio cardiovascolare: Stile di vita e gestione complessiva
L’iperglicemia cronica si correla con complicazioni micro- e macrovascolari; queste ultime sono dieci volte più frequenti delle prime e possono presentarsi ancor prima dell’esordio del diabete di tipo 2 nei pazienti intolleranti ai glucidi. L’iperglicemia è solo uno tra i molti fattori di rischio cardiovascolare (CV) compresi, per esempio, nella cosiddetta sindrome metabolica. Le modalità di trattamento sono complesse e devono basarsi su cambiamenti dello stile di vita (incluso un forte invito all’abolizione del fumo!) e sull’automonitoraggio, comprendendo approcci educazionali strutturati per i pazienti a rischio. Prima della randomizzazione, per esempio, i pazienti dello studio United Kingdom Prospective Diabetes Study (UKPDS) seguirono un trattamento non farmacologico per tre mesi: si osservò una riduzione di circa il 5 per cento del peso e una diminuzione del 2 per cento di HbA1c. La terapia comportamentale, in pratica, sembra essere altrettanto efficace rispetto a cure farmacologiche.

Efficacia media dei vari trattamenti farmacologici nei pazienti affetti da diabete di tipo 2
Le raccomandazioni specifiche includono 30 minuti di attività fisica almeno per cinque volte la settimana; diminuzione dell’apporto calorico a circa 1.500 Kcal
die, con lipidi al 30-35 per cento della quota energetica giornaliera (mantenendo un 10 per cento di acidi grassi monoinsaturi, come olio d’oliva), riducendo i grassi
trans, aumentando l’assunzione di fibre a 30 g
die ed evitando zuccheri semplici (1-7). E’ obbligatoria la stratificazione del rischio in base a eventuale compresenza di ipertensione arteriosa, dislipidemia e microalbuminuria, come pure riconoscere l’insulino-resistenza con adiposità viscerale per un approccio terapeutico complessivo, come evidenziato dallo studio
Steno-2 (8) in cui, raggiungendo i
target per la glicemia, l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia (con aggiunta di salicilati in soggetti microalbuminurici ad alto rischio) si è ottenuta una riduzione di eventi macrovascolari maggiori superiore al 50 per cento, con un numero di pazienti da trattare per evitare un evento (NNT) = 5 per un periodo di otto anni. L’approccio interventistico sui fattori di rischio multipli è altrettanto efficace, in meno di quattro anni, per le complicazioni microvascolari; comunque il target più difficile da raggiungere è proprio il buon livello di HbA1c.

Percentuali di pazienti nello studio Steno-2 che hanno raggiunto i target predefiniti mediante trattamento intensivo
Questo concetto era già stato evidenziato dall’UKPDS, stimolando la proposta di polifarmacoterapia per la riduzione della glicemia. Comunque l’obiettivo-cardine di una terapia complessiva è raggiungere i
target.

Target raccomandati nel trattamento di pazienti con diabete e coronaropatia
In questo contesto, ogni paziente diabetico con complicazioni vascolari deve essere valutato per l’aggiunta di un trattamento antiaggregante. E’ di grande importanza l’aspetto educazionale sia per uno stile di vita salutare, ma anche per la corretta assunzione dei farmaci (spesso numerosi!) e per un automonitoraggio sia della glicemia, sia della pressione arteriosa. Il personale paramedico (infermieri professionali, dietisti, educatori qualificati) può avere un ruolo importante in questa strategia.
Controllo della glicemiaVi sono inconfutabili evidenze che la microangiopatia e la neuropatia diabetica possono essere ridotte da uno stretto controllo glicemico, che può anche influenzare favorevolmente l’evoluzione delle malattie cardiovascolari (10-13). La nefropatia accelera la cardio-vasculopatia e la neuropatia autonomica può mascherarne i sintomi. Uno screening annuale per la microalbuminuria è obbligatorio. Gli schemi di terapia intensiva (volti a ridurre l’HbA1c a valori target) si sono sempre associati a riduzione della frequenza e della gravità delle complicazioni microvascolari e neuropatiche sia nel diabete di tipo 1, sia nel diabete di tipo 2 in prevenzione primaria o secondaria. I dati del
Diabetes Control and Complication Trial (DCCT) e dell’UKPDS dimostrano una relazione continua (senza soglia) tra HbA1c e complicazioni microvascolari. Nel DCCT la riduzione del 10 per cento di HbA1c era associata alla diminuzione del 40-50 per cento del rischio di retinopatia (o di una sua progressione). Nell’UKPDS, per ogni 1 per cento di riduzione di HbA1c si otteneva il 25 per cento di diminuzione del rischio di complicazioni microvascolari le quali, peraltro, necessitano di ulteriori misure terapeutiche (quali il blocco del sistema renina-angiotensina e la cessazione del fumo).
La relazione tra macroangiopatia e iperglicemia è meno chiara. Il recente
follow-up del DCCT (
EDIC Study) ha dimostrato che un controllo glicemico ottimale (HbA1c media intorno al 7 per cento per i primi 7-10 anni) è in grado di ridurre del 42 per cento le malattie cardiovascolari (14). Il rischio di infarto miocardico e ictus cerebrale, così come la mortalità per malattie cardiovascolari (CVD), erano ridotti del 57 per cento. L’unico fattore confondente in questo gruppo dell’originale coorte del DCCT era una maggior proporzione di micro- e macroproteinuria nei soggetti meno ben controllati (complicazioni che sono dipendenti da un buon compenso glicemico). La diminuzione dell’HbA1c dell’1 per cento otteneva la riduzione del 21 per cento delle CVD. Nel diabete di tipo 2, come mostrato dall’UKPDS, per ogni 1 per cento di riduzione di HbA1c si osservava un calo del 14 per cento di infarti e di morti per diabete o per tutte le cause (15). Nello studio Kumamoto una riduzione dell’HbA1c (7
vs 9 per cento) otteneva un dimezzamento degli eventi CV in dieci anni: tale differenza, peraltro, non raggiungeva la significatività statistica per la ridotta numerosità del campione (16).
Quasi tutti gli studi osservazionali hanno evidenziato che il rischio di macroangiopatia è già elevato anche per modesti incrementi della glicemia o anche per glicemie nel range considerato normale. In particolare, la glicemia due ore dopo carico orale sembra essere molto predittiva di eventi CV, ancor più della glicemia basale (17, 18). Così, la riduzione della glicemia post-prandiale ottenuta da un inibitore dell’alfa-glucosidasi è in grado di ridurre l’evoluzione da intolleranza al glucosio (IGT) a diabete manifesto, diminuendo anche gli eventi CV, seppure questo risultato debba essere considerato con cautela per il limitato numero di eventi stessi (19, 20). Peraltro, osservazioni post hoc di studi clinici randomizzati che prevedevano di utilizzare lo stesso acarbose per portare a target la glicemia postprandiale, con
follow-up almeno di un anno, hanno confermato queste osservazioni (21).
L’insulinoresistenza è un altro potente predittore di CVD (22, 23). D’altra parte, i componenti della sindrome metabolica (ipertensione arteriosa o dislipidemia) erano tutti attenuati dall’intervento terapeutico in questi studi che intendevano portare a target la glicemia post-prandiale. In quest’ottica, la riduzione sia dell’insulino-resistenza, sia dell’HbA1c, come ottenuto nello studio PROACTIVE, era associato a una diminuzione del 16 per cento degli
end point CV, come morte, infarto e ictus, con NNT=49 (24).
Un’iperglicemia casuale all’accettazione ospedaliera per una sindrome coronarica acuta (SCA) è fortemente correlata con l’esito a breve e a lungo termine dei pazienti (25). L’iperglicemia in diabetici (anche non precedentemente diagnosticati) è il più forte predittore di esiti sfavorevoli sia in ambiente ospedaliero, sia dopo la dimissione: la pietra miliare in questo campo è lo studio DIGAMI (
DIabetes Glucose And Myocardial Infarction) (26), svolto in pazienti con SCA cercando di portare a target l’iperglicemia in modo randomizzato, mediante infusione di insulina e glucosio. Entro 24 ore la glicemia era significativamente ridotta nel gruppo d’intervento e veniva mantenuta più bassa per tutto l’anno successivo. Questa differenza si traduceva in un 11 per cento di riduzione della mortalità, con NNT=9. Il beneficio era ancora presente dopo 3,4 anni, con una riduzione relativa della mortalità del 30 per cento circa (27). Lo studio DIGAMI 2 (28) ha confermato che il controllo glicemico è altamente predittivo del tasso di mortalità a due anni, ma non ha segnalato differenze significative tra i diversi regimi ipoglicemizzanti utilizzati. La mortalità tra pazienti diabetici e non diabetici è sovrapponibile se si normalizza la glicemia, come rilevato anche dallo
Schwabing Myocardial Infarction Registry (29).
Nel diabete di tipo 1 il trattamento ottimale è la terapia insulinica intensiva, con nutrizione appropriata e automonitoraggio glicemico, nell’ottica di raggiungere una HbA1c <7 per cento, facendo attenzione a non incorrere troppo spesso in episodi di ipoglicemia. Nel diabete di tipo 2 non c’è un trattamento ottimale condiviso, ma le varie associazioni scientifiche propongono di raggiungere target di HbA1c <7 (o 6,5) per cento.

Purtroppo, solo una minoranza dei pazienti raggiunge gli obiettivi ottimali in studi di lungo termine, come l’UKPDS o lo
. Il miglioramento più significativo degli ultimi anni, per la terapia del diabete di tipo 2, è la proposta (da parte dell’UKPDS) della polifarmacoterapia. Il concetto di abbinare precocemente più categorie di farmaci intende massimizzarne l’efficacia, minimizzandone gli effetti collaterali (30). Ciò perché le dosi medie ottengono circa l’80 per cento dell’effetto ipoglicemizzante, riducendo effetti indesiderati come aumento di peso, disturbi gastroenterici o rischio di ipoglicemia. Se le terapie orali e gli approcci comportamentali non permettono di raggiungere gli obiettivi, questo approccio include anche l’inizio precoce della terapia insulinica. Il BMI, il rischio di ipoglicemia, l’insufficienza renale e lo scompenso cardiaco devono consigliare il trattamento più appropriato.